L'era delle superpotenze: 1918 - 1989

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È possibile ritenere che l'era delle superpotenze sia iniziata nel 1918 con la fine della Prima guerra mondiale, che ha creato un contesto internazionale favorevole all'emergere di due grandi potenze: gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Il periodo successivo alla fine della Prima guerra mondiale è stato caratterizzato da tensioni geopolitiche ed economiche che hanno portato all'ascesa di questi due Paesi. Tuttavia, è vero che il periodo che va dal 1945 al 1989 è generalmente considerato l'apice dell'era delle superpotenze, a causa dell'intensa rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica e della corsa agli armamenti che ha caratterizzato questo periodo. Questo periodo è anche caratterizzato da eventi importanti come la guerra di Corea, la crisi di Cuba, la guerra del Vietnam e la corsa allo spazio, che hanno contribuito a plasmare la geopolitica globale dell'epoca.

Il periodo successivo alla fine della Prima guerra mondiale è stato segnato dal graduale declino dell'Europa come centro di potere globale e dall'emergere di nuove potenze come gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. La Prima guerra mondiale indebolì notevolmente i Paesi europei, che subirono enormi perdite umane e materiali. I debiti di guerra ebbero un impatto negativo anche sull'economia europea, che ebbe difficoltà a riprendersi dopo il conflitto. Inoltre, l'ascesa di movimenti nazionalisti e regimi autoritari in Europa portò a tensioni politiche e sociali che contribuirono al declino della regione.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti divennero una grande potenza economica grazie alla loro fiorente industria e al loro ruolo nella Prima guerra mondiale. Anche l'Unione Sovietica divenne una grande potenza dopo la rivoluzione del 1917, che portò alla formazione di uno Stato socialista. Nel corso dei decenni, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica hanno consolidato il loro potere economico, politico e militare a spese dell'Europa e di altre parti del mondo. La rivalità tra queste due superpotenze ha influenzato la geopolitica globale e ha plasmato la storia del XX secolo.

Il bilancio bellico della prima guerra mondiale

La Prima guerra mondiale ha avuto un impatto enorme sulla storia del XX secolo. Ha causato enormi perdite umane e materiali, distruggendo gran parte dell'Europa e di altre parti del mondo. Circa 8,5 milioni di soldati e 13 milioni di civili persero la vita durante la guerra. Altri milioni furono feriti o soffrirono di malattie, fame e privazioni. La guerra provocò anche massicci spostamenti di popolazione, sfollamenti forzati e rifugiati. Dal punto di vista economico, la guerra ebbe un impatto devastante sull'Europa, che subì notevoli perdite in termini di produzione e lavoro. I Paesi europei accumularono enormi debiti di guerra che pesarono sulle loro economie per decenni. La guerra ebbe anche profonde conseguenze politiche e sociali. Portò alla caduta di diversi imperi, tra cui quello tedesco, austro-ungarico e ottomano. Contribuì inoltre all'ascesa del comunismo e del fascismo in Europa, che influenzarono la storia del XX secolo.

Le grandi potenze dopo la guerra

Francia

La Francia subì notevoli perdite umane, economiche e materiali durante la Prima guerra mondiale. Il Paese perse circa 1,5 milioni di soldati, una percentuale molto alta della sua popolazione totale. Le regioni nordorientali della Francia furono particolarmente colpite, con intere città e villaggi distrutti.

Oltre alla perdita di vite umane, la guerra causò anche ingenti danni economici. Gli impianti minerari e industriali furono devastati, con conseguente perdita di produzione e aumento della disoccupazione. Inoltre, i costi della guerra lasciarono il Paese con enormi debiti che pesarono sull'economia francese per decenni.

Le conseguenze della guerra ebbero anche un importante impatto sociale e culturale in Francia. La guerra portò a profondi cambiamenti nella società francese, tra cui un aumento della partecipazione delle donne alla vita economica e politica e una messa in discussione dei valori tradizionali.

Nonostante queste sfide, la Francia riuscì a ricostruirsi dopo la guerra e a tornare a essere un'importante potenza economica e culturale in Europa.

Germania

Durante la Prima guerra mondiale la Germania subì una notevole perdita di vite umane, con un numero di morti compreso tra 1,7 e 2 milioni. Il Paese subì anche ingenti danni economici a causa della guerra e delle riparazioni imposte dal Trattato di Versailles.

Il trattato imponeva alla Germania di pagare pesanti riparazioni finanziarie, di ridurre l'esercito e la flotta e di cedere territori ai paesi vicini. Questa umiliazione fu sentita da molti cittadini tedeschi, che considerarono il trattato ingiusto e umiliante.

Inoltre, la Germania fu investita da un'ondata rivoluzionaria bolscevica, ispirata alla Rivoluzione russa del 1917. I socialisti tedeschi presero il potere nel novembre 1918, ma il loro governo dovette presto affrontare disordini politici e sociali.

Tuttavia, a differenza della Francia, i combattimenti della guerra si svolsero principalmente al di fuori dei confini tedeschi, permettendo al Paese di uscirne relativamente indenne. Questo ha anche permesso alla Germania di ricostruirsi più rapidamente di altri Paesi europei dopo la guerra, anche se ciò è stato interrotto dalla Grande Depressione degli anni '30 e dall'ascesa del nazismo.

Austria-Ungheria

La Prima guerra mondiale ebbe un forte impatto sull'Impero austro-ungarico, che crollò alla fine della guerra. L'impero era uno Stato multinazionale fondato nel 1867 e aveva svolto un ruolo chiave nell'Europa centrale per la maggior parte del XIX secolo.

Tuttavia, la guerra mise in evidenza le divisioni interne dell'impero, in particolare tra le diverse nazionalità che lo componevano. Inoltre, la guerra prosciugò le risorse dell'impero e causò una notevole perdita di vite umane.

Nell'ottobre del 1918, l'impero crollò e si divise in diversi Stati indipendenti, tra cui Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Questa frammentazione ebbe importanti conseguenze per la regione, in quanto creò nuovi Stati con confini spesso contestati e popolazioni miste.

La disgregazione dell'Impero austro-ungarico ebbe anche ripercussioni internazionali, in quanto contribuì all'ascesa del potere tedesco in Europa centrale. Inoltre, le conseguenze politiche ed economiche della frammentazione dell'impero ebbero un impatto sulla stabilità della regione negli anni successivi alla fine della guerra.

Impero ottomano

Anche l'Impero Ottomano subì le conseguenze della Prima guerra mondiale, con un crollo che fu precipitato dalla guerra.

L'Impero Ottomano era un impero multinazionale fondato all'inizio del XIV secolo e che aveva raggiunto il suo apice nel XVI secolo. Tuttavia, nel XIX secolo, l'impero aveva iniziato a perdere influenza, a causa dell'ascesa dell'Europa e della disintegrazione dell'unità politica interna dell'impero.

La guerra aggravò ulteriormente la situazione dell'Impero Ottomano. L'impero si unì inizialmente alle potenze centrali (Germania, Austria-Ungheria), ma subì diverse sconfitte importanti contro le forze britanniche, francesi e australiane nella regione del Medio Oriente. Queste sconfitte portarono a significative perdite territoriali per l'Impero Ottomano.

Dopo la fine della guerra, l'Impero Ottomano si disintegrò e si divise in diversi Stati indipendenti, tra cui Turchia, Siria, Iraq, Palestina e Giordania. Questa frammentazione ebbe importanti implicazioni per la regione, poiché creò nuovi Stati con confini spesso contestati e popolazioni miste.

Inoltre, la disintegrazione dell'Impero Ottomano ebbe importanti implicazioni geopolitiche per l'Europa e il Medio Oriente negli anni successivi alla fine della guerra. I conflitti regionali e le tensioni politiche persistono nella regione, in gran parte a causa della complessità delle questioni territoriali ed etniche emerse dopo il crollo dell'impero.

Russia

La Russia subì pesanti perdite nella Prima guerra mondiale e fu afflitta da gravi problemi economici, politici e sociali. Nel 1917 scoppiò una rivoluzione in Russia, guidata dai bolscevichi guidati da Lenin. Il governo russo fu rovesciato e sostituito da un regime comunista.

Il nuovo governo prese rapidamente la decisione di ritirare la Russia dalla guerra, firmando il Trattato di Brest-Litovsk con la Germania e i suoi alleati nel 1918. Questo trattato permise alla Russia di ritirarsi dalla guerra, ma al costo di perdere ampie aree di territorio, in particolare in Polonia, Ucraina e negli Stati baltici.

L'uscita della Russia dalla guerra ebbe importanti conseguenze per le altre potenze coinvolte nel conflitto. Gli Alleati persero un importante alleato sul fronte orientale e dovettero affrontare ulteriori pressioni sui fronti occidentali. Tuttavia, l'entrata in guerra degli Stati Uniti fornì anche un ulteriore sostegno agli Alleati, in termini di truppe, equipaggiamento e finanziamenti.

Sul piano interno, la rivoluzione in Russia portò un profondo cambiamento nel panorama politico, sociale ed economico del Paese. Il nuovo governo comunista nazionalizzò terre e industrie e avviò riforme radicali in tutti i settori della vita. Questo portò a un periodo di caos e violenza, oltre che a significative perdite economiche per la Russia.

Gran Bretagna

La Gran Bretagna uscì dalla Prima guerra mondiale apparentemente un po' meglio di Francia e Germania, poiché il suo territorio non fu direttamente colpito dai combattimenti. Tuttavia, ha subito pesanti perdite umane ed economiche durante la guerra.

D'altra parte, la Gran Bretagna riuscì a espandere il suo impero coloniale durante la guerra. Conquistò le colonie tedesche in Africa e nel Pacifico e ottenne nuovi territori nella penisola arabica a spese dell'Impero Ottomano. Questa espansione territoriale rafforzò l'Impero britannico e consolidò il suo status di grande potenza mondiale.

Tuttavia, nel dopoguerra la Gran Bretagna dovette affrontare sfide significative, tra cui un'economia indebolita, un debito elevato e disordini sociali e politici, in particolare con l'ascesa dei movimenti operai e indipendentisti in Irlanda.

Europa

La Prima guerra mondiale ha causato immense perdite di vite umane in Europa, con circa 10 milioni di morti, soprattutto uomini. Questa cifra non tiene conto delle morti indirette, come quelle causate dalla carestia e dalle malattie, nonché dei morti civili causati dal conflitto.

Queste perdite hanno avuto un impatto drammatico sulla demografia dell'Europa, provocando un calo significativo della popolazione in alcune regioni. Le perdite furono particolarmente elevate in Paesi come Francia, Germania, Russia e Regno Unito.

Il fenomeno delle "classi vuote" descrive una conseguenza demografica della guerra, che vide la scomparsa di gran parte della generazione maschile in età fertile. Questo ha portato a un calo del tasso di natalità negli anni successivi alla guerra, con conseguenze economiche e sociali significative.

In termini geopolitici, la Prima guerra mondiale provocò grandi sconvolgimenti in Europa. I trattati di pace che conclusero la guerra ridisegnarono i confini di molti Paesi, creando nuovi Stati o modificando quelli esistenti. Questo periodo vide anche l'emergere di nuove potenze, in particolare gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, che iniziarono a giocare un ruolo maggiore sulla scena mondiale.

La Prima guerra mondiale ebbe un effetto profondo sulle società europee, portando a una crisi morale e culturale senza precedenti. Gli orrori della guerra portarono a mettere in discussione l'idea di progresso e la fede nella ragione e nella scienza, nonché a mettere in discussione l'autorità delle élite e delle istituzioni tradizionali.

Questa crisi di civiltà ha dato origine anche a nuove correnti artistiche e intellettuali, come il dadaismo, il surrealismo e l'esistenzialismo, che hanno cercato di esprimere l'angoscia e la disillusione del dopoguerra. Ha anche contribuito ad alimentare movimenti politici di estrema destra, che hanno cercato di proporre soluzioni autoritarie alla crisi della civiltà.

La Prima guerra mondiale ha portato a profondi sconvolgimenti geopolitici in Europa e nel mondo. Gli imperi centrali furono smantellati, la mappa dell'Europa fu ridisegnata, emersero nuovi Stati e si formarono nuove alleanze. Le ex potenze europee persero il loro dominio globale a favore degli Stati Uniti e dell'URSS, che divennero le due superpotenze del dopoguerra.

Dal punto di vista economico, la guerra portò a un'inflazione dilagante, a un enorme debito pubblico, a un calo della produzione e a un aumento della disoccupazione. Gli Stati europei dovettero affrontare grandi difficoltà finanziarie per ricostruire le loro economie e infrastrutture devastate dalla guerra.

Infine, in termini umani, la guerra lasciò profonde cicatrici nella società. Milioni di persone sono state uccise o ferite e molte famiglie sono state distrutte dalla perdita dei propri cari. I sopravvissuti hanno dovuto affrontare traumi psicologici e fisici e hanno lottato per trovare il loro posto in una società in rapido cambiamento.

La Conferenza di pace

Il Consiglio dei Quattro alla conferenza di pace: Lloyd George, Vittorio Orlando Georges Clemenceau e Woodrow Wilson.

La Conferenza di pace di Parigi si svolse dopo la fine della Prima guerra mondiale, nel gennaio 1919. Fu convocata per risolvere le questioni di pace tra i vincitori e gli sconfitti della guerra. I principali protagonisti della conferenza furono i Paesi alleati che avevano vinto la guerra, ovvero Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Giappone. Tuttavia, è importante notare che la conferenza era aperta anche alla partecipazione dei Paesi sconfitti, come la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Impero Ottomano. Questi Paesi furono esclusi da alcune discussioni e non ebbero lo stesso potere decisionale delle potenze vincitrici.

Durante la conferenza, le decisioni principali furono prese dai "Quattro Grandi", ovvero Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia. Il Giappone, pur essendo considerato una grande potenza, non giocò un ruolo importante come le altre quattro.

Gli Stati Uniti svolsero un ruolo importante nella Conferenza di pace di Parigi e il presidente Woodrow Wilson ebbe un ruolo fondamentale nel formulare l'agenda della conferenza.

I quattordici punti di Wilson

Wilson presentò i suoi "Quattordici Punti" al Congresso degli Stati Uniti nel gennaio 1918, in cui propose un programma per garantire la pace e la stabilità internazionale dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.[4] I punti includevano proposte per la riduzione degli armamenti, l'autodeterminazione dei popoli, la libera circolazione delle navi in tempo di pace, la creazione di un'organizzazione internazionale per prevenire futuri conflitti e altre misure per rafforzare la cooperazione internazionale.

Questi punti furono ampiamente considerati ambiziosi e innovativi e contribuirono a fare di Wilson una figura di spicco nelle discussioni della Conferenza di pace. Tuttavia, non tutti i punti furono adottati negli accordi finali della conferenza e alcune delle proposte di Wilson furono respinte da altri partecipanti alla conferenza. Nonostante ciò, la presentazione dei Quattordici Punti ebbe un impatto significativo sulla diplomazia internazionale e rafforzò la posizione degli Stati Uniti come leader negli affari internazionali. Inoltre, contribuì alla nascita di un nuovo ordine mondiale dopo la fine della Prima guerra mondiale.

I quattordici punti di Wilson affrontavano sia le questioni immediate associate alla fine della Prima guerra mondiale sia le questioni più ampie che avevano contribuito alla guerra. I punti cercavano di stabilire un ordine internazionale più equo e stabile e sottolineavano l'importanza della cooperazione internazionale per raggiungere questo obiettivo. Gli Stati Uniti cercarono di affermarsi come attore principale della Conferenza di pace e della diplomazia internazionale in generale. Questa posizione era in gran parte dovuta al relativo isolamento degli Stati Uniti dai conflitti europei, che aveva lasciato il Paese relativamente indenne dalle distruzioni e dalle perdite di vite umane della guerra. Ciò permise agli Stati Uniti di adottare una posizione di potere e moralità, rafforzata dalla presentazione dei Quattordici punti di Wilson. Tuttavia, questa posizione non fu ampiamente accettata dagli altri partecipanti alla conferenza, in particolare dalla Francia e dal Regno Unito, che avevano subito notevoli perdite umane e materiali nella guerra ed erano principalmente preoccupati di proteggere i loro interessi nazionali. Nonostante ciò, gli Stati Uniti svolsero un ruolo importante nella Conferenza di pace di Parigi e contribuirono alla creazione di un nuovo ordine mondiale dopo la fine della Prima guerra mondiale.

I quattordici punti si suddividono in tre categorie principali:

1) Punti volti a stabilire trasparenza e giustizia nelle relazioni internazionali, tra cui:

  • L'abolizione della diplomazia segreta: la fine della diplomazia segreta era uno dei punti principali dei Quattordici Punti di Wilson. Il sistema europeo degli Stati si basava su un equilibrio di potere, in cui ogni Stato cercava di mantenere la propria influenza e posizione stringendo alleanze e accordi segreti con altri Stati. Questo comportava spesso un'opacità nelle relazioni internazionali e una mancanza di fiducia tra gli Stati. Wilson sosteneva quindi la necessità di porre fine alla diplomazia segreta per chiarire le relazioni internazionali e renderle più fluide. Proponeva invece che gli Stati conducessero negoziati aperti e trasparenti per creare fiducia ed evitare malintesi e conflitti futuri. Questa proposta era in linea con una profonda riforma del sistema internazionale dell'epoca, che aveva mostrato i suoi limiti durante la Prima guerra mondiale.
  • Libertà dei mari: anche la libertà di navigazione sui mari era uno dei punti chiave dei Quattordici punti di Wilson. Egli sosteneva l'assoluta libertà di navigazione sui mari, sia in tempo di guerra che di pace, per tutti gli Stati senza eccezioni. Ciò significava che tutte le navi dovevano poter navigare liberamente negli oceani senza essere attaccate o trattenute da blocchi o restrizioni imposte da altri Stati. Questa libertà di navigazione era considerata un diritto universale e inalienabile, che doveva essere protetto dal diritto internazionale. La libertà di navigazione andava di pari passo con la rimozione delle barriere economiche tra le nazioni, un altro punto dei Quattordici Punti di Wilson. Infatti, senza barriere alla circolazione di beni e servizi, il commercio internazionale avrebbe potuto svilupparsi in modo più libero ed equo, contribuendo così a una prosperità economica più ampia e sostenibile.
  • L'abbattimento delle barriere economiche tra le nazioni: anche la riduzione delle barriere tariffarie era un punto importante dei Quattordici Punti di Wilson, che mirava a promuovere il commercio tra le nazioni e a facilitare la cooperazione economica internazionale. Tuttavia, questa proposta fu discussa e controversa, poiché alcuni Stati temevano di perdere la propria indipendenza economica e la capacità di proteggere la propria industria nazionale. Inoltre, l'attuazione dell'abbattimento delle barriere doganali potrebbe favorire gli interessi economici dei Paesi più potenti, a scapito di quelli più deboli.
  • La garanzia della sovranità nazionale e dell'indipendenza politica era uno dei punti chiave dei Quattordici Punti di Wilson. Si trattava di garantire a ogni Stato la sua piena sovranità e indipendenza politica, libera da interferenze o dominazioni straniere. In questo quadro, Wilson sostenne l'abolizione delle annessioni di territorio e dei trasferimenti forzati di sovranità, nonché il rispetto dei diritti delle minoranze nazionali. Egli chiese inoltre l'istituzione di meccanismi per la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali, al fine di prevenire guerre e violazioni della sovranità nazionale. L'obiettivo di questa proposta era quello di creare un ordine internazionale più giusto ed equo, basato sul rispetto dei diritti sovrani di ogni Stato, e di porre fine alle pratiche imperialiste e colonialiste che avevano prevalso nelle relazioni internazionali fino ad allora. Questo punto è stato ampiamente ripreso e difeso dalla comunità internazionale, in particolare nella Carta delle Nazioni Unite.

2) I punti volti a riorganizzare l'Europa dopo la guerra, in particolare:

  • Ritiro delle forze militari tedesche dai territori occupati: anche il ritiro delle forze militari tedesche dai territori occupati era un punto importante dei Quattordici punti di Wilson. L'obiettivo era quello di porre fine all'occupazione tedesca di molti territori in Europa, tra cui Belgio, Francia e altri Paesi, e di ripristinare l'indipendenza di questi Stati. La restituzione dell'Alsazia-Lorena alla Francia era uno dei punti chiave dei Quattordici Punti di Wilson. L'Alsazia-Lorena era una regione della Francia che era stata annessa dalla Germania nel 1871, a seguito della guerra franco-tedesca. Durante la Prima guerra mondiale, la regione divenne un punto di contesa tra Francia e Germania, con violenti scontri nella zona. Nell'ambito dei Quattordici Punti, Wilson cercò di risolvere la questione chiedendo la restituzione dell'Alsazia-Lorena alla Francia. Questa decisione fu accolta con favore dai francesi e contribuì a rafforzare la posizione di Wilson come leader internazionale. Wilson chiese anche la restituzione dei territori annessi o occupati illegalmente e l'evacuazione delle forze militari tedesche da tutte le aree controllate dalla Germania. In questo modo, Wilson cercò di ripristinare un ordine internazionale basato sul rispetto della sovranità statale e dell'integrità territoriale. Questa proposta fu ampiamente sostenuta dagli Alleati durante la Prima guerra mondiale e fu incorporata negli accordi di pace che seguirono la guerra, in particolare nel Trattato di Versailles. Tuttavia, l'attuazione di queste disposizioni è stata difficile e controversa, soprattutto per quanto riguarda le riparazioni di guerra richieste alla Germania e le conseguenze della guerra sui confini nazionali e sulle minoranze in Europa.
  • La riduzione delle frontiere nazionali in Europa: la riduzione delle frontiere nazionali in Europa non era un punto specifico dei Quattordici Punti di Wilson, ma piuttosto una conseguenza indiretta della sua proposta di garantire la sovranità nazionale e l'indipendenza politica di ogni Stato. Wilson sosteneva infatti il riconoscimento della piena sovranità di ogni Stato, così come il rispetto dei diritti delle minoranze nazionali, al fine di prevenire conflitti e tensioni tra gli Stati. Questa proposta implicava quindi una forma di riconoscimento dei confini nazionali esistenti e una garanzia della loro inviolabilità. Tuttavia, la questione della riduzione dei confini nazionali in Europa è emersa più volte nel corso del XX secolo, in particolare dopo la Prima guerra mondiale, con la dissoluzione degli imperi austro-ungarico e ottomano, e dopo la Seconda guerra mondiale, con la creazione di nuovi Stati e la ridefinizione dei confini. La riduzione dei confini nazionali è quindi una questione complessa, che può essere fonte di conflitti e tensioni tra Stati e comunità nazionali e che spesso richiede un approccio attento ed equilibrato, che tenga conto delle aspirazioni e degli interessi delle diverse parti coinvolte.
  • Garantire la sovranità e l'autonomia dei popoli oppressi: La garanzia della sovranità e dell'autonomia dei popoli oppressi era un punto importante dei Quattordici punti di Wilson. Wilson riteneva che una pace duratura potesse essere raggiunta solo se i diritti dei popoli oppressi fossero stati rispettati e che a questi popoli dovesse essere consentito di decidere del proprio destino. Questa proposta implicava quindi il riconoscimento dell'autonomia e della sovranità di molti popoli che allora erano sotto la dominazione straniera, come i popoli dell'Europa centrale e orientale sotto il dominio austro-ungarico, i popoli dei Balcani sotto la dominazione ottomana e le colonie africane e asiatiche sotto il dominio europeo. Wilson chiese anche la creazione di un'organizzazione internazionale per proteggere i diritti dei popoli oppressi e risolvere le controversie internazionali, la Società delle Nazioni, che fu istituita nel 1920. Sebbene gli ideali dei Quattordici Punti di Wilson siano stati ampiamente accolti, la loro attuazione fu difficile e spesso limitata dagli interessi delle grandi potenze, oltre che dalle divisioni e dalle rivalità tra gli stessi popoli oppressi. Tuttavia, il riconoscimento dell'importanza della sovranità e dell'autonomia dei popoli oppressi fu un elemento importante nel movimento di decolonizzazione e nella lotta per i diritti delle minoranze che seguì la Prima guerra mondiale.

3) Punti finalizzati alla creazione di un'organizzazione internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti, tra cui :

  • L'istituzione di un'organizzazione internazionale per garantire la pace: l'istituzione di un'organizzazione internazionale per garantire la pace era uno dei punti più importanti dei Quattordici punti di Wilson. Wilson riteneva che la guerra fosse spesso causata dalla mancanza di meccanismi di risoluzione delle controversie tra le nazioni e che la creazione di un'organizzazione internazionale in grado di risolvere le controversie internazionali fosse essenziale per prevenire ulteriori guerre. Questa proposta portò alla creazione della Società delle Nazioni (Lega) nel 1920, con l'obiettivo di promuovere la cooperazione internazionale e prevenire i conflitti tra le nazioni. La Lega era composta da membri che rappresentavano tutte le principali potenze dell'epoca e aveva il mandato di monitorare le relazioni internazionali, risolvere le controversie tra gli Stati membri e imporre sanzioni contro gli Stati che non rispettavano le regole internazionali. Sebbene la Lega non sia riuscita a prevenire l'ascesa del nazionalismo e le tensioni che hanno portato alla Seconda guerra mondiale, ha gettato le basi per le Nazioni Unite (ONU), create nel 1945 per sostituire la Lega dopo la fine della guerra.
  • La promozione della cooperazione internazionale negli affari economici, sociali e culturali: la promozione della cooperazione internazionale negli affari economici, sociali e culturali è infatti uno dei punti chiave dei Quattordici punti di Wilson. In particolare, il quattordicesimo punto sottolinea l'importanza di creare un'organizzazione internazionale per regolare il commercio mondiale e promuovere la cooperazione economica tra le nazioni. Wilson riteneva che la cooperazione economica internazionale fosse essenziale per garantire una pace duratura e la prosperità globale. Il quattordicesimo punto di Wilson affermava: "Un'associazione generale di nazioni dovrebbe essere costituita con impegni specifici per assicurare la reciprocità dei privilegi commerciali e la riduzione degli armamenti nazionali". Questo punto chiedeva la creazione di un'organizzazione internazionale per regolare il commercio mondiale e incoraggiare la cooperazione economica tra le nazioni. Questa organizzazione dovrebbe garantire che le nazioni siano trattate in modo equo e che non vi siano barriere commerciali sleali.
  • La risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici piuttosto che militari: la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici piuttosto che militari è un altro punto chiave dei Quattordici punti di Wilson. Ciò significa che le nazioni dovrebbero collaborare per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti ed evitare l'uso della forza militare. Nell'ambito dei Quattordici Punti, Wilson chiese anche la creazione di un'organizzazione internazionale per garantire la pace e la sicurezza mondiale e la riduzione degli armamenti militari nazionali. L'obiettivo generale di questi punti era quello di porre fine alle guerre e ai conflitti internazionali e di costruire una pace duratura tra le nazioni.

I Quattordici Punti ebbero un'importante influenza sulla fine della Prima Guerra Mondiale e sui successivi negoziati del Trattato di Versailles. Sebbene alcuni dei punti siano stati inclusi nel Trattato di Versailles, la maggior parte di essi non è stata attuata, portando a tensioni e conflitti futuri.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, il presidente statunitense Woodrow Wilson fu un forte sostenitore della creazione di un'organizzazione internazionale per mantenere la pace e la sicurezza nel mondo. Questa organizzazione, chiamata Società delle Nazioni, fu fondata nel 1919 come parte del Trattato di Versailles. Sebbene la creazione della Società delle Nazioni sia stata considerata un momento storico importante nella storia delle relazioni internazionali, alla fine fu criticata per la sua inefficacia nel prevenire la Seconda guerra mondiale. Wilson è stato criticato per essere stato ingenuo e idealista nella sua visione della Società delle Nazioni e per aver sopravvalutato la volontà e la capacità delle nazioni di cooperare per mantenere la pace. In particolare, Wilson fu criticato per l'eccessivo ottimismo sulla capacità della Società delle Nazioni di risolvere i conflitti internazionali e per non aver inserito nel Trattato di Versailles clausole vincolanti per garantire l'attuazione dei suoi principi. Alla fine, la Società delle Nazioni fu sciolta nel 1946 e sostituita dalle Nazioni Unite, create con strutture più forti per garantire una cooperazione internazionale più efficace. Tuttavia, alcuni storici sostengono che Wilson sia stato un visionario che ha gettato le basi per la cooperazione internazionale e la governance globale, sebbene sia stato criticato per l'ingenuità nell'attuazione delle sue idee.

I Quattordici Punti, presentati dal Presidente Wilson nel gennaio 1918, rappresentavano una nuova visione radicale delle relazioni internazionali. Erano stati concepiti per promuovere la pace e la stabilità in Europa dopo la Prima guerra mondiale, offrendo un'alternativa al tradizionale equilibrio di potere che aveva prevalso prima della guerra. I Quattordici Punti includevano idee come la riduzione degli armamenti, l'apertura dei mercati internazionali, il diritto all'autodeterminazione dei popoli, la creazione di un'organizzazione internazionale per risolvere i conflitti e la garanzia della sicurezza dei confini nazionali. Questo approccio rappresentava un cambiamento significativo rispetto al tradizionale equilibrio di potere, che sosteneva le alleanze tra le grandi potenze per mantenere la pace. Sebbene i Quattordici Punti fossero presentati come una visione idealistica e umanitaria, alcuni sostenevano che il loro vero scopo fosse quello di servire gli interessi economici e politici degli Stati Uniti, promuovendo un ordine internazionale basato sulla democrazia e sul libero scambio. In effetti, l'apertura dei mercati internazionali era particolarmente importante per gli interessi economici degli Stati Uniti, che cercavano di aumentare la loro influenza e il loro dominio sul commercio mondiale.

I Trattati

Dal giugno 1919 fu firmata una serie di trattati per porre fine alla Prima guerra mondiale e stabilire un nuovo ordine mondiale. I trattati più importanti sono i seguenti:

  • Il Trattato di Versailles: firmato il 28 giugno 1919 tra la Germania e gli Alleati, stabilisce le condizioni per la pace dopo la Prima guerra mondiale. Imponeva sanzioni economiche e territoriali alla Germania, che doveva cedere territori, pagare riparazioni e riconoscere la propria responsabilità per lo scoppio della guerra.
  • Trattato di St. Germain: firmato il 10 settembre 1919 tra gli Alleati e l'Austria-Ungheria, pone fine all'Impero austro-ungarico e istituisce nuovi Stati indipendenti nell'Europa centrale.
  • Trattato di Trianon: firmato il 4 giugno 1920 tra gli Alleati e l'Ungheria, questo trattato ridisegna la mappa dell'Europa centrale e orientale riconoscendo l'indipendenza di Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania.
  • Trattato di Neuilly: firmato il 27 novembre 1919 tra gli Alleati e la Bulgaria, pone fine alla partecipazione della Bulgaria alla Prima guerra mondiale e stabilisce sanzioni economiche e territoriali.
  • Trattato di Sèvres: firmato il 10 agosto 1920 tra gli Alleati e l'Impero Ottomano, pone fine alla partecipazione dell'Impero Ottomano alla Prima Guerra Mondiale e stabilisce le condizioni per la creazione di nuovi Stati indipendenti in Asia e in Africa.

Questi trattati ridisegnarono la mappa politica dell'Europa e crearono un nuovo ordine mondiale largamente influenzato dagli ideali dei Quattordici Punti di Wilson. Tuttavia, generarono anche critiche e tensioni che contribuirono all'ascesa del nazionalismo e alla preparazione della Seconda guerra mondiale.

Il Trattato di Versailles

Il Trattato di Versailles fu un accordo internazionale firmato il 28 giugno 1919, alla fine della Prima guerra mondiale, tra gli Alleati e la Germania. È considerato uno dei trattati più importanti del XX secolo e ha avuto un impatto duraturo sulla storia mondiale. Il trattato stabilì le condizioni per la pace dopo la guerra e impose pesanti riparazioni economiche e territoriali alla Germania, considerata responsabile del conflitto. La Germania dovette accettare la perdita delle colonie, di alcune regioni, della flotta da guerra e della sovranità sulla Renania. Il Paese dovette inoltre pagare ingenti risarcimenti ai Paesi che avevano sofferto per la guerra, il che portò a una grave crisi economica e politica in Germania negli anni Venti. Il Trattato di Versailles istituì anche la Società delle Nazioni, un'organizzazione internazionale volta a mantenere la pace e la sicurezza nel mondo. Tuttavia, gli Stati Uniti non ratificarono il trattato e quindi non entrarono a far parte della Società delle Nazioni, limitandone l'efficacia. Il Trattato di Versailles è stato criticato per la sua durezza nei confronti della Germania, che è stata ampiamente considerata ingiusta e umiliante. Alcuni storici hanno anche sostenuto che i termini del trattato crearono le condizioni per l'ascesa del nazismo in Germania e per la Seconda guerra mondiale. In definitiva, il Trattato di Versailles rimane un importante argomento di dibattito e riflessione nella storia della diplomazia internazionale.

La questione tedesca e le questioni territoriali furono punti fondamentali del Trattato di Versailles, che pose fine alla Prima guerra mondiale. La questione tedesca si riferisce alla responsabilità della Germania nello scoppio della guerra. Il Trattato di Versailles dichiarò la Germania colpevole della guerra e impose al Paese pesanti sanzioni economiche e territoriali. La Germania dovette riconoscere la colpa della guerra, pagare le riparazioni e cedere territori a Francia, Belgio, Polonia, Danimarca e Cecoslovacchia. Il trattato limitava inoltre le dimensioni dell'esercito tedesco e proibiva la produzione di armi. Le questioni territoriali sono sorte dopo la Prima guerra mondiale a causa della disintegrazione di diversi imperi europei. Nell'Europa centrale e orientale furono creati nuovi Stati, tra cui la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e la Polonia, ai quali la Germania dovette cedere il territorio. Il Trattato di Versailles creò anche il Mandato britannico sulla Palestina e il Mandato francese sulla Siria e sul Libano, gettando le basi per le attuali tensioni in Medio Oriente. Entrambi ebbero conseguenze importanti per la storia del XX secolo, contribuendo anche all'ascesa del nazionalismo e del fascismo in Germania e alla preparazione della Seconda guerra mondiale. Le condizioni imposte dal Trattato di Versailles influenzarono anche la diplomazia internazionale del periodo interbellico, che cercò di evitare ulteriori conflitti mantenendo la stabilità politica in Europa.

Responsabilità della Germania

Il Trattato di Versailles riconobbe ufficialmente la Germania come responsabile dello scoppio della Prima guerra mondiale. L'articolo 231 del trattato, noto anche come clausola di colpevolezza, affermava che la Germania e i suoi alleati avevano causato tutti i danni e le perdite subite dagli Alleati durante la guerra. Questa clausola ebbe importanti conseguenze per la Germania, tra cui la necessità di pagare ingenti riparazioni di guerra ai Paesi vittime, oltre alla perdita di territori e colonie. Tuttavia, questa attribuzione di responsabilità è ancora oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni sostengono che la responsabilità della guerra dovrebbe essere condivisa in modo più ampio tra le varie potenze europee, mentre altri ritengono che la Germania sia stata la principale responsabile a causa delle sue ambizioni espansionistiche e della sua diplomazia aggressiva.

Il Trattato di Versailles impose diverse sanzioni alla Germania in risposta alla sua presunta responsabilità nello scoppio della Prima guerra mondiale. Alcune di queste sanzioni includono:

  • Disarmo: La Germania fu costretta a ridurre drasticamente le dimensioni del suo esercito e a limitare il numero delle sue navi da guerra. Le fu inoltre vietato di possedere una forza aerea e di produrre armi da guerra.
  • Restituzione dell'Alsazia-Lorena: la Germania fu costretta a rinunciare all'Alsazia-Lorena, una regione ricca di risorse e popolata che aveva annesso in seguito alla guerra franco-prussiana del 1870.
  • Riparazioni finanziarie: la Germania fu costretta a pagare ingenti riparazioni di guerra ai Paesi vittime, soprattutto Francia e Regno Unito. L'importo iniziale delle riparazioni era di 132 miliardi di marchi d'oro, una cifra molto alta che fu considerata da molti eccessiva. I pagamenti dovevano essere distribuiti su diversi decenni, ma la Germania si trovò presto in difficoltà economiche e smise di pagare le riparazioni negli anni Trenta.

Queste sanzioni furono molto controverse e contribuirono all'instabilità economica e politica della Germania negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale. Le riparazioni di guerra furono anche una fonte di tensione tra la Germania e le potenze alleate, in particolare la Francia, che insistette affinché la Germania continuasse a pagare le riparazioni anche dopo aver smesso di pagarle negli anni Trenta.

Le sanzioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles furono molto dure ed ebbero conseguenze disastrose per il Paese dal punto di vista economico e politico. La percezione che la Germania fosse responsabile della guerra portò anche a una grande umiliazione nazionale, che alimentò il risentimento verso le potenze alleate. Negli anni Venti la Germania attraversò una grave crisi economica, caratterizzata da iperinflazione e disoccupazione di massa. Questa crisi economica, unita alla percezione di ingiustizia delle sanzioni imposte dal Trattato di Versailles, creò un clima di malcontento e instabilità politica in Germania. Queste condizioni contribuirono all'ascesa del nazismo, un movimento politico che sfruttava i sentimenti nazionalisti e anti-estero in Germania. Il partito nazista, guidato da Adolf Hitler, vinse le elezioni del 1933 e instaurò rapidamente un regime autoritario in Germania, ponendo fine alla Repubblica di Weimar.

Esistevano due posizioni divergenti riguardo alle riparazioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles.

Da una parte c'erano i Paesi che avevano subito grandi distruzioni durante la guerra, come la Francia, il Belgio e la Serbia, che volevano un'applicazione rigorosa del trattato e un risarcimento finanziario per le loro perdite. Questi Paesi erano stati particolarmente colpiti dalle conseguenze della guerra e chiedevano un'equa compensazione finanziaria per i danni subiti.

D'altra parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano interessi economici di fondo. Erano consapevoli che la Germania era un importante partner commerciale e che il suo strangolamento economico avrebbe potuto avere conseguenze negative per l'economia mondiale nel suo complesso. Per questo motivo sostenevano un'applicazione più flessibile del trattato e una riduzione delle riparazioni imposte alla Germania.

Questa differenza di posizioni creò tensioni tra i Paesi alleati e contribuì alla messa in discussione del Trattato di Versailles negli anni successivi alla sua firma. Alla fine, la crisi economica degli anni Venti e l'ascesa del nazismo in Germania minarono l'attuazione delle riparazioni e indussero gli Alleati a rivedere i termini del trattato.

Questa opposizione, tuttavia, non fu netta a Versailles. Era netta nel senso che la Germania era ritenuta responsabile; tra la lettera del trattato e la sua attuazione c'era una grande differenza, che per tutti gli anni Venti oppose visioni antagoniste.

Oltre all'obbligo di pagare una compensazione finanziaria, la Germania doveva anche fornire riparazioni in natura per compensare le perdite subite dai Paesi alleati durante la guerra.

La Germania dovette cedere le miniere di carbone e le acciaierie della parte orientale del Paese, la regione più industrializzata, ai Paesi alleati, in particolare alla Francia. Le miniere della Saar divennero così proprietà della Francia per 15 anni.

Inoltre, la Germania fu costretta a ridurre i dazi doganali e ad aprire il mercato interno ai prodotti stranieri, in particolare a quelli francesi. Questo per consentire ai Paesi alleati di esportare di più in Germania, per compensare le perdite subite durante la guerra e per rilanciare le economie dei Paesi alleati.

Queste misure ebbero conseguenze economiche significative per la Germania, riducendo la sua capacità di produrre e commercializzare i propri prodotti. Inoltre, alimentarono il risentimento della popolazione tedesca nei confronti dei Paesi alleati e contribuirono all'ascesa del nazismo negli anni Venti e Trenta.

La crisi economica che colpì la Germania nel 1920-1921 rese difficile per il Paese pagare le riparazioni imposte dal Trattato di Versailles. Questa difficoltà portò a una serie di crisi, tra cui quella della Ruhr nel 1923. La crisi della Ruhr scoppiò quando la Germania si rifiutò di pagare le riparazioni imposte dagli Alleati e la Francia inviò delle truppe per occupare la regione della Ruhr, un'importante area industriale che produceva acciaio, carbone e altri materiali essenziali. L'occupazione portò a uno sciopero generale e alla resistenza passiva dei lavoratori tedeschi, che paralizzarono l'economia della regione. Questa crisi ebbe un impatto significativo sull'economia tedesca nel suo complesso, aggravando la crisi economica e politica che già esisteva nel Paese. Inoltre, aumentò il risentimento verso i Paesi alleati e contribuì all'ascesa del nazismo in Germania.

La Francia occupò militarmente la regione della Ruhr nel 1923, in risposta al rifiuto della Germania di pagare le riparazioni imposte dal Trattato di Versailles. Tuttavia, questa occupazione fu osteggiata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, che fecero pressione sulla Francia affinché abbandonasse la regione. Questa crisi portò infine a una rinegoziazione delle riparazioni, con l'adozione del Piano Dawes nel 1924, che prevedeva una riprogrammazione dei pagamenti e degli aiuti finanziari esteri alla Germania. La crisi della Ruhr fu importante perché simboleggiò la perdita di potere della Francia sulla scena internazionale. La Francia fu costretta a sottomettersi alle richieste degli alleati e dovette accettare una rinegoziazione al ribasso delle riparazioni, che fu vista come una sconfitta politica. Questa crisi contribuì anche all'ascesa dell'estrema destra tedesca, che sfruttò la crisi della Ruhr per criticare il governo tedesco e i Paesi alleati.

Il Piano Dawes fu un piano economico internazionale proposto nel 1924 da Charles Dawes, vicepresidente degli Stati Uniti, per aiutare la Germania a ripagare le riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles. Il piano prevedeva un sistema di prestiti e rimborsi nell'arco di diversi anni, nonché garanzie da parte dei governi britannico e francese per i pagamenti tedeschi. Il piano consentiva inoltre alla Germania di beneficiare di un rinvio dei pagamenti delle riparazioni per gli anni successivi. Il Piano Dawes fu visto come una vittoria per gli Stati Uniti, poiché permise alle banche americane di prestare denaro alla Germania e di investire nella sua economia. Inoltre, rafforzò la posizione degli Stati Uniti come potenza economica dominante nel mondo, mentre l'Europa si stava riprendendo dalla Prima guerra mondiale.

Il Piano Dawes del 1924 fu messo in atto in risposta alla crisi economica che colpì la Germania dopo la Prima guerra mondiale. Il Trattato di Versailles aveva imposto alla Germania ingenti riparazioni di guerra che non poteva pagare senza aiuti finanziari dall'estero. Il Piano Dawes permise alle banche americane di investire in Germania fornendo prestiti a basso tasso di interesse per aiutare a finanziare la ricostruzione e a pagare i debiti di guerra. In cambio, la Germania accettò di seguire un calendario di pagamenti delle riparazioni e di rispettare i termini dell'accordo.

Le banche statunitensi svolsero un ruolo fondamentale nell'attuazione del Piano Dawes, fornendo prestiti a basso interesse per contribuire a finanziare la ricostruzione e la modernizzazione dell'economia tedesca. Questi prestiti furono utilizzati per costruire nuove fabbriche, modernizzare le infrastrutture e aumentare la produzione industriale in Germania. Inoltre, le banche statunitensi fornirono assistenza tecnica per aiutare le aziende tedesche a modernizzare i loro metodi di produzione e ad adottare tecnologie avanzate. Questa assistenza permise alla Germania di produrre beni di alta qualità e di venderli all'estero, contribuendo a stimolare la crescita economica.

Il Piano Dawes ebbe effetti diversi sui Paesi europei, a seconda della loro posizione nell'economia mondiale e dei loro interessi geopolitici.

Dal punto di vista della Germania, il Piano Dawes fu una manna, in quanto contribuì a stabilizzare la sua economia dopo la crisi economica seguita alla Prima guerra mondiale. Gli investimenti americani modernizzarono l'industria tedesca, incrementarono la produzione e le esportazioni e ridussero la disoccupazione. Inoltre, il piano permise alla Germania di pagare i debiti di guerra a rate, riducendo la pressione finanziaria sul Paese. Dal punto di vista francese, tuttavia, il Piano Dawes era visto come uno squilibrio economico e una minaccia alla sicurezza nazionale. La Francia temeva che la Germania non fosse in grado di ripagare i suoi debiti e che sarebbe tornata a essere una minaccia per la sicurezza europea. Inoltre, la Francia vedeva nel Piano Dawes un modo per gli Stati Uniti di estendere la propria influenza economica in Europa, rafforzando così i legami economici tra Germania e Stati Uniti.

Il Piano Dawes contribuì alla prosperità economica degli Stati Uniti negli anni Venti. I prestiti alla Germania permisero alle banche americane di ricevere interessi e di realizzare profitti. Inoltre, gli investimenti americani in Germania crearono nuovi mercati per le aziende americane, favorendo l'esportazione di beni americani in Germania. Tra il 1924 e il 1929, le banche americane ricevettero effettivamente dei pagamenti per i crediti vantati nei confronti della Germania. Questi pagamenti contribuirono a rafforzare il sistema bancario statunitense e a finanziare nuovi investimenti negli Stati Uniti. Tuttavia, è importante notare che la prosperità economica degli Stati Uniti negli anni Venti fu alimentata anche da altri fattori, come la crescita della produzione industriale, i consumi di massa, l'innovazione tecnologica e l'espansione dei mercati nazionali ed esteri. Il Piano Dawes contribuì quindi alla prosperità economica americana, ma non fu l'unico fattore di tale prosperità.

Il Piano Dawes fu sostituito nel 1929 dal Piano Young, che perseguiva gli stessi obiettivi di riparazione dei debiti di guerra e di stabilizzazione dell'economia tedesca. Il Piano Young prende il nome da Owen D. Young, un banchiere americano a capo della commissione internazionale che redasse il piano.

Il Piano Young ridusse ulteriormente i pagamenti delle riparazioni che la Germania doveva effettuare agli Alleati, contribuendo ad alleggerire la pressione finanziaria sulla Germania. In cambio, la Germania accettò di attuare riforme economiche e politiche per stimolare la crescita economica e rafforzare la stabilità politica.

Come il Piano Dawes, il Piano Young fu sostenuto dagli Stati Uniti, che fornirono prestiti per aiutare la Germania a ripagare i debiti di guerra e a finanziare la sua ripresa economica. Il Piano Young perseguiva l'obiettivo di ridurre i pagamenti delle riparazioni di guerra della Germania agli Alleati, offrendo una rinegoziazione del debito per alleggerire i rimborsi tedeschi. In particolare, il Piano Young estese il periodo di rimborso dei debiti di guerra della Germania fino al 1988, riducendo così in modo significativo l'ammontare dei pagamenti annuali. Il Piano Young fornì inoltre alla Germania ulteriori prestiti per stimolare la sua economia, in cambio dell'attuazione di riforme economiche e politiche volte a rafforzare la stabilità del Paese.

Tuttavia, anche il Piano Young dovette affrontare difficoltà simili a quelle del Piano Dawes, in particolare la crisi economica mondiale del 1929, che ebbe un impatto considerevole sulla Germania e rese più difficile il rimborso dei debiti di guerra. Inoltre, le tensioni politiche e militari continuarono a crescere in Europa, soprattutto a causa dell'ascesa del nazismo in Germania e dell'espansionismo tedesco negli anni Trenta. Il Piano Young non riuscì a prevenire l'escalation di queste tensioni, che alla fine portarono alla Seconda guerra mondiale.

Problemi territoriali

L'Europa nel 1923

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, in Europa si verificarono molti cambiamenti territoriali. Alcuni di questi cambiamenti furono decisi dai vincitori della guerra nell'ambito del Trattato di Versailles, mentre altri furono il risultato di movimenti nazionalisti o di conflitti regionali. In Europa ci sono sette Stati in più rispetto al 1914. Nel 1914, l'Europa era principalmente divisa in imperi e regni, come l'Impero tedesco, l'Impero austro-ungarico, l'Impero russo e il Regno di Francia. Alla fine della Prima guerra mondiale, questi imperi sono crollati e sono stati creati nuovi Stati, tra cui la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e gli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania).

L'amputazione territoriale della Germania fu significativa dopo il Trattato di Versailles. Le perdite territoriali includevano l'Alsazia-Lorena a ovest, che fu ceduta alla Francia, e parte della Prussia orientale a est, che fu data alla Polonia. Fu anche creato il corridoio di Danzica per dare alla Polonia l'accesso al mare. In totale, la Germania perse circa il 13% del suo territorio e il 10% della sua popolazione. Questa perdita di territorio fu sentita come una grande ingiustizia dai tedeschi e alimentò il risentimento nazionalista, in particolare tra i nazisti, che usarono questo argomento per giustificare le loro politiche espansionistiche.

La fine della Prima guerra mondiale vide il crollo dell'Impero austro-ungarico e la nascita di diversi nuovi Stati. L'Austria e l'Ungheria divennero Stati indipendenti, mentre la Cecoslovacchia fu creata unendo le regioni ceche e slovacche. Parte del territorio austro-ungarico fu annesso alla Romania, mentre l'Italia ottenne il Trentino e l'Istria. Infine, la Jugoslavia fu creata dalla fusione di diverse regioni, tra cui Serbia, Croazia e Slovenia. Questi cambiamenti territoriali modificarono profondamente la mappa dell'Europa, con nuovi confini che avrebbero generato tensioni e conflitti negli anni a venire.

In seguito alla Rivoluzione russa del 1917 e alla presa di potere dei bolscevichi, l'Impero russo si disgregò. La parte occidentale della Russia fu interessata dalle varie ricostruzioni territoriali. Così, la Polonia riconquistò la sua indipendenza e la parte orientale della Russia. Anche gli Stati baltici di Lettonia, Lituania ed Estonia ottennero l'indipendenza. Infine, la Bessarabia fu annessa dalla Romania nel 1918.

L'Impero Ottomano perse quasi tutti i suoi possedimenti arabi a favore di Francia e Gran Bretagna, che stabilirono mandati su Siria, Libano, Iraq, Palestina e Transgiordania. Tuttavia, l'Impero non era limitato all'Anatolia, che era solo una parte del suo territorio. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in Anatolia scoppiò una guerra d'indipendenza sotto la guida di Mustafa Kemal, che nel 1923 fondò la Repubblica di Turchia e riuscì a far annullare il Trattato di Sevres, che prevedeva la spartizione della Turchia. Il Trattato di Sevres del 1920 prevedeva la creazione di uno Stato curdo indipendente, che però non fu mai attuato. Kemal Atatürk, il fondatore della Repubblica turca, combatté una guerra di indipendenza contro gli Alleati e riuscì a far annullare il Trattato di Sevres. Il Trattato di Losanna del 1923 fu quindi firmato tra la Turchia e gli Alleati, che rinunciarono alla maggior parte delle loro rivendicazioni territoriali in Anatolia. Il Kurdistan non fu riconosciuto come Stato indipendente in questo trattato e fu diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria.

La nuova mappa dell'Europa e del Medio Oriente non si adattava a tutti gli attori. Le rivendicazioni nazionali erano spesso contraddittorie e portarono a tensioni in diversi Paesi. In Germania, la perdita dell'Alsazia-Lorena fu sentita come un'umiliazione nazionale e alimentò il risentimento tedesco. In Cecoslovacchia, le minoranze tedesche e ungheresi iniziarono a rivendicare l'autonomia, portando alla crisi dei Sudeti nel 1938. In Jugoslavia, le tensioni tra le diverse nazionalità scoppiarono nel 1991, portando alla dissoluzione del Paese. Nel complesso, la nuova carta dell'Europa e del Medio Oriente non è riuscita a risolvere i problemi delle rivendicazioni nazionali e ha anzi contribuito a creare tensioni che alla fine sono sfociate in grandi conflitti.

Il periodo tra le due guerre

La guerra trasformò profondamente gli equilibri di potere in Europa e nel mondo, indebolendo gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano) e rafforzando gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. D'altra parte, la Società delle Nazioni, creata nel 1919 per mantenere la pace nel mondo, fu un tentativo di risolvere i conflitti internazionali attraverso la cooperazione e il diritto internazionale, ma si dimostrò impotente di fronte all'aggressione degli Stati fascisti (Italia, Germania, Giappone) negli anni Trenta. Inoltre, il periodo tra le due guerre fu segnato da grandi sconvolgimenti economici e sociali, tra cui l'emergere di nuove potenze industriali (USA, Giappone, URSS), l'aumento della disoccupazione e delle tensioni sociali, nonché movimenti politici radicali (comunismo, fascismo, nazismo) che misero in discussione le basi della democrazia liberale. Infine, il periodo tra le due guerre è stato segnato da importanti trasformazioni culturali e artistiche, con l'emergere di movimenti artistici come il Surrealismo, il Dadaismo o l'Espressionismo, nonché dalla diffusione della cultura di massa con la comparsa del cinema, della radio e della stampa scritta. Il periodo tra le due guerre fu quindi un momento cruciale della storia mondiale, segnato da grandi sconvolgimenti politici, economici, sociali e culturali, che trasformarono profondamente il mondo e gettarono le basi per i drammatici eventi che sarebbero seguiti negli anni Trenta e Quaranta.

La nuova situazione geopolitica

La Prima guerra mondiale portò a grandi cambiamenti geopolitici in Europa e nel mondo. Il Trattato di Versailles, firmato nel 1919, ridisegnò i confini dell'Europa e impose alla Germania ingenti riparazioni di guerra. Inoltre, creò la Società delle Nazioni, che mirava a promuovere la pace e la cooperazione internazionale. Tuttavia, il Trattato di Versailles non riuscì a mantenere la pace in Europa e l'ascesa del nazismo in Germania negli anni Trenta portò alla Seconda guerra mondiale.

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  • La Francia è considerata dalla parte dei vincitori, grazie alla sua partecipazione alla Prima guerra mondiale e alla sua reputazione di avere il miglior esercito del mondo. Tuttavia, nonostante questi successi passati, la Francia dovette affrontare un indebolimento del suo potere e fu ossessionata dalla sua sicurezza per tutto il periodo tra le due guerre. La Germania, benché economicamente strangolata, conservava un notevole potenziale economico grazie alle poche distruzioni subite nella Prima guerra mondiale. Questo preoccupa la Francia, che cerca di recuperare il suo potere e di impedire la riorganizzazione dell'esercito tedesco e la sua ripresa economica. La Francia si affidò ad alleanze di ripiego, in particolare con Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia, per accerchiare la Germania e limitare la sua capacità di azione. La costruzione della Linea Maginot è un esempio di questa strategia difensiva messa in atto dalla Francia per prevenire un'invasione tedesca. Tuttavia, nonostante questi sforzi, la Francia fu vista come una potenza in declino a causa delle sue difficoltà a riconquistare la posizione dominante e della sua ossessione per la sicurezza di fronte alla Germania.
  • Gran Bretagna: la Gran Bretagna uscì dalla Prima guerra mondiale apparentemente rafforzata, grazie soprattutto all'aumento del suo impero coloniale in seguito alla conquista delle colonie tedesche in Africa e all'istituzione di mandati in Medio Oriente. Tuttavia, dovette affrontare una serie di difficoltà economiche e sociali, che la spinsero verso un relativo declino e la posero al secondo posto solo rispetto agli Stati Uniti. Il suo status di principale centro finanziario mondiale fu inoltre messo in discussione dagli Stati Uniti, che dopo la guerra detenevano la maggior parte delle riserve auree mondiali. Nel periodo tra le due guerre, la Gran Bretagna non riuscì a svolgere il suo ruolo di arbitro sulla scena europea, incapace di contrastare l'ascesa della Germania nazista. Inoltre, a partire dal 1931, la Gran Bretagna concesse l'indipendenza ai suoi domini, come il Canada, il Sudafrica, la Nuova Zelanda e l'Australia, segnando una perdita di influenza per il Regno Unito. Nonostante queste difficoltà, la Gran Bretagna rimase una grande potenza sulla scena mondiale, con una notevole influenza in molti settori. Tuttavia, il suo relativo declino e l'ascesa degli Stati Uniti sono fattori importanti che influenzeranno la storia dell'Europa e del mondo negli anni a venire.
  • Stati Uniti: gli Stati Uniti sono stati senza dubbio i grandi vincitori della Prima guerra mondiale, diventando una potenza mondiale che ha imposto la propria visione dell'ordine internazionale sotto la guida del presidente Wilson. Tuttavia, nel 1920, il Congresso americano sconfessò Wilson rifiutandosi di ratificare il Trattato di Versailles e di aderire alla Società delle Nazioni, provocando un relativo ritorno all'isolazionismo. Nonostante ciò, gli Stati Uniti continuarono a intervenire in varie parti del mondo. In America Latina, la sua presenza economica e militare fu rafforzata, in particolare ad Haiti, in Nicaragua e a Panama, a scapito di Francia e Gran Bretagna, che dovettero riorientare i loro flussi finanziari verso lo sforzo bellico. In Estremo Oriente, il Trattato di Washington costrinse Giappone e Gran Bretagna ad allearsi con gli Stati Uniti, obbligando i giapponesi a rinunciare alla loro presenza in Cina e a ridimensionare le loro ambizioni. In Medio Oriente, gli anni Venti furono segnati dalle contrattazioni tra le potenze europee e le compagnie petrolifere francesi, tedesche, britanniche e americane. Gli Stati Uniti divennero un attore di primo piano nella regione, cercando di difendere i propri interessi economici e impegnandosi politicamente nella regione.

La Germania e l'Italia furono profondamente colpite dall'ascesa dei regimi totalitari negli anni Venti e Trenta. In Germania, la crisi economica e politica portò all'ascesa al potere di Adolf Hitler e del Partito Nazista nel 1933. Hitler instaurò un regime dittatoriale, il Terzo Reich, che eliminò gli oppositori politici, gli ebrei e altre minoranze e perseguì una politica di espansione territoriale aggressiva che portò alla Seconda guerra mondiale. In Italia, il Partito Fascista di Benito Mussolini salì al potere nel 1922, dopo una marcia su Roma. Mussolini instaurò un regime autoritario che eliminò gli oppositori politici e la stampa libera e creò un culto della personalità attorno a sé. Perseguì una politica espansionistica in Nord Africa e formò l'Asse con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Entrambi i regimi totalitari ebbero conseguenze drammatiche per l'Europa e per il mondo. Portarono alla morte di milioni di persone, causarono immense distruzioni materiali e sconvolsero l'ordine politico ed economico internazionale. La caduta di questi regimi dopo la Seconda guerra mondiale ha portato alla ricostruzione dell'Europa e alla nascita di un nuovo ordine mondiale.

  • Italia: Mussolini sfruttò il tema della vittoria mutilata, cioè del fatto che non tutte le sue rivendicazioni erano state soddisfatte, in particolare il suo desiderio di annettere la Dalmazia. Per compensare questa situazione, Mussolini si impegnò nell'espansione coloniale, in particolare in Etiopia. Inoltre, instaurò un regime autoritario e fascista, ispirato alle ideologie naziste in Germania. Il culto della personalità, la standardizzazione dell'esercito e i movimenti giovanili sono tutti simboli dell'ascesa al potere del fascismo italiano. In politica estera, Mussolini cercò di estendere l'influenza dell'Italia nel Mediterraneo concludendo accordi con Germania e Giappone nell'ambito dell'Asse Roma-Berlino-Tokyo. Tuttavia, questa politica espansionistica portò a sconfitte militari e alla caduta del regime fascista nel 1943.
  • Germania: la Germania è un Paese segnato dall'ascesa del totalitarismo. Dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale, il Trattato di Versailles umiliò e smilitarizzò la Germania. La debolezza della tradizione democratica tedesca portò alla caduta della Repubblica di Weimar e all'ascesa del partito nazista guidato da Adolf Hitler. Dal momento in cui salì al potere nel 1933, Hitler si impegnò a rovesciare il Trattato di Versailles:
    • Nel 1935, ripristinò il servizio militare in Germania. Il Trattato di Versailles aveva ridotto l'esercito tedesco a 100.000 uomini sotto forma di esercito professionale, vietando così la coscrizione.
    • Nel 1936 Hitler rimilitarizzò la Renania, una zona demilitarizzata dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Stazionò le truppe vicino al confine francese, creando una grande tensione internazionale.
    • Nel 1938, alla Conferenza di Monaco, Hitler ottenne l'annessione dei Sudeti, una regione ceca popolata da tedeschi. Ciò avvenne senza il consenso della Cecoslovacchia, della Francia e del Regno Unito, che cedettero alle richieste tedesche per evitare la guerra.
    • Nel 1939, Hitler si impadronì della Cecoslovacchia e invase la Polonia, scatenando la Seconda guerra mondiale. Le politiche espansionistiche della Germania nazista portarono a crescenti tensioni internazionali e a una corsa agli armamenti che contribuirono a spingere il mondo verso la guerra.

All'indomani della Prima guerra mondiale, gran parte della popolazione europea desiderava la pace a tutti i costi. I ricordi della guerra erano ancora molto presenti e la ricostruzione del continente richiedeva sforzi considerevoli. Tuttavia, questa mentalità pacifista fu gradualmente erosa negli anni Trenta con l'ascesa al potere di leader autoritari come Hitler in Germania e Mussolini in Italia. Di fronte a questi regimi che sfidavano l'ordine costituito, francesi e britannici cercarono di preservare la pace a tutti i costi, fino a fare importanti concessioni. L'obiettivo era quello di evitare una nuova guerra che avrebbe potuto essere ancora più letale della precedente e causare danni economici ancora maggiori. Questo atteggiamento conciliante portò a una serie di compromessi che finirono per incoraggiare l'espansionismo tedesco e italiano. La politica di appeasement perseguita dai leader francesi e britannici è stata quindi ampiamente criticata per aver permesso l'ascesa di regimi totalitari e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Questo periodo segnò un profondo cambiamento nell'ordine mondiale del XX secolo e portò alla consapevolezza della necessità di preservare la pace ad ogni costo, senza cedere alle pressioni dei regimi autoritari.

  • Dopo la Rivoluzione russa del 1917, la Russia attraversò un periodo di caos e guerra civile che ne indebolì notevolmente l'influenza. Nel 1922, fu sostituita dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che aveva un sistema politico centralizzato e comunista. Sotto il governo di Stalin, l'URSS cercò di consolidare il proprio potere interno eliminando ogni opposizione politica e sviluppando un'economia pianificata. La creazione dell'URSS nel 1922 permise alla Russia di riconquistare la sua posizione di potenza internazionale dopo un periodo di caos negli anni Venti. L'URSS procedette a reclamare alcuni dei suoi antichi possedimenti, in particolare l'Ucraina, che erano stati persi dopo la rivoluzione del 1917. A livello internazionale, l'URSS cercò di esportare la rivoluzione comunista in altri Paesi, ma questa politica non fu molto efficace. A partire dagli anni '30, l'URSS adottò una politica estera più pragmatica, basata sul realismo e sulla difesa dei propri interessi nazionali. Nel 1934, l'Unione Sovietica aderì alla Società delle Nazioni, pur continuando la sua politica di espansione e di sostegno ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo. Questa politica era motivata dall'idea che la rivoluzione proletaria non potesse trionfare in un solo Paese e dovesse diffondersi a livello internazionale. Tuttavia, con l'arrivo di Stalin al potere, questa politica di esportazione della rivoluzione fu gradualmente abbandonata a favore del consolidamento del socialismo in URSS. Nel 1939, l'URSS firmò il patto tedesco-sovietico con la Germania nazista, che le permise di proteggersi da un'invasione tedesca e di guadagnare tempo per prepararsi alla guerra. Il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, noto anche come Patto Molotov-Ribbentrop, fu firmato nell'agosto 1939 tra l'Unione Sovietica e la Germania nazista. Sebbene i due regimi fossero ideologicamente opposti, videro l'utilità di firmare un patto di non aggressione per evitare una guerra immediata tra loro e per condividere l'influenza nell'Europa orientale. Il patto diede inoltre all'Unione Sovietica il tempo di rafforzare il proprio esercito e di preparare la difesa contro una possibile invasione tedesca. Tuttavia, nel giugno 1941, la Germania violò il patto lanciando un'invasione a sorpresa dell'Unione Sovietica. La partecipazione dell'Unione Sovietica alla Seconda guerra mondiale fu decisiva e permise all'URSS di riconquistare un grande potere geopolitico. L'Armata Rossa combatté importanti battaglie contro le forze naziste sul fronte orientale, infliggendo pesanti perdite ai tedeschi e contribuendo notevolmente alla sconfitta della Germania nazista. Questa vittoria permise all'Unione Sovietica di rafforzare il suo status di grande potenza e di diventare una delle due superpotenze mondiali del dopoguerra, insieme agli Stati Uniti.
  • Il Giappone si unì alle forze alleate e fu poco coinvolto militarmente nel conflitto, ma beneficiò dell'arricchimento economico della sua partecipazione come fornitore di beni e servizi ai Paesi in guerra. Il Giappone trasse vantaggio dalla vittoria alleata anche grazie all'acquisizione delle colonie tedesche nel Pacifico, che gli diedero vantaggi territoriali e la possibilità di coprire l'Oceano Pacifico. Il Giappone approfittò dell'indebolimento della Germania per impadronirsi delle sue colonie nel Pacifico, tra cui le Isole Marianne, le Isole Caroline e le Isole Marshall. Questi territori permisero al Giappone di espandere la propria area di influenza nella regione e di rafforzare la propria posizione geopolitica nel Pacifico. Negli anni Venti, tuttavia, il Giappone dovette affrontare l'opposizione americana alla sua espansione territoriale in Cina, che contribuì ad aumentare le tensioni tra i due Paesi. Nel 1922, gli Stati Uniti firmarono il Trattato di Washington con il Giappone e altre potenze, con l'obiettivo di limitare la corsa agli armamenti navali in Asia. Il Trattato di Washington stabilì anche un limite all'espansione territoriale giapponese in Cina. Tuttavia, negli anni Trenta il Giappone continuò a espandere la propria influenza in Cina, portando alla guerra sino-giapponese del 1937. Dopo essere stato fermato nelle sue ambizioni territoriali in Cina dagli Stati Uniti negli anni Venti, il Giappone vide le sue ambizioni espandersi a tutto l'Estremo Oriente. Questa tendenza si è accentuata con l'ascesa al potere dei militari negli anni Trenta, con una politica sempre più espansionistica e falca. Il Giappone cercò quindi di stabilire una sfera di co-prosperità in Asia orientale, sotto il suo dominio economico e politico, con l'obiettivo di liberarsi dalla dipendenza dalle potenze occidentali e diventare una grande potenza mondiale. Ciò portò a crescenti tensioni con gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali, fino a sfociare nella Guerra del Pacifico.

Dopo la Prima guerra mondiale, la scena geopolitica europea si trasformò profondamente, con la scomparsa dell'Impero tedesco e la caduta dell'Impero austro-ungarico. Di conseguenza, non c'era più una potenza dominante in Europa, il che ha creato un vuoto di potere nella regione. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e il Giappone emersero come potenze sempre più ambiziose, cercando di estendere la loro influenza in tutto il mondo. Si creò così una nuova situazione geopolitica, in cui gli interessi delle diverse potenze erano in conflitto, contribuendo all'aumento delle tensioni e alla preparazione di un nuovo conflitto globale.

L'impossibile soluzione dei problemi economici

Dal 1918 in poi, l'economia assunse un ruolo centrale nelle relazioni internazionali, determinando diverse conseguenze, in particolare l'irruzione di problemi economici internazionali:

  • questione del trasferimento di ricchezza dall'Europa agli Stati Uniti: la Prima guerra mondiale ebbe importanti conseguenze economiche per l'Europa, in particolare per quanto riguarda il trasferimento di ricchezza agli Stati Uniti. La Francia e la Gran Bretagna dovettero spendere enormi somme di denaro per finanziare lo sforzo bellico, compreso l'acquisto di armi e attrezzature militari dagli Stati Uniti. Questo portò a un massiccio trasferimento di ricchezza dall'Europa agli Stati Uniti, che divennero uno dei principali attori economici del mondo. Nel dopoguerra, tre quarti delle scorte d'oro erano detenute dagli Stati Uniti. I Paesi europei furono costretti a vendere il loro oro per pagare i debiti di guerra, contribuendo al deprezzamento delle loro valute e all'inflazione. La situazione peggiorò con il crollo dell'economia europea negli anni Venti. I Paesi europei sperimentarono notevoli difficoltà economiche, mentre gli Stati Uniti godettero di un periodo di crescita economica sostenuta. Gli Stati Uniti investirono pesantemente in Europa, ma questi investimenti erano spesso finalizzati a rafforzare gli interessi economici statunitensi piuttosto che a promuovere la crescita europea.
  • disorganizzazione del commercio europeo: la Prima guerra mondiale ha avuto un forte impatto sul commercio internazionale, in particolare in Europa. Prima della guerra, l'Europa era il fulcro del commercio mondiale, con scambi significativi tra i diversi Paesi europei. Tuttavia, la guerra ha completamente interrotto queste rotte commerciali e, alla fine della guerra, il commercio intraeuropeo era in disordine. La guerra aveva portato alla distruzione massiccia di beni materiali, comprese le infrastrutture di trasporto e di comunicazione. Inoltre, il commercio era stato interrotto a causa dei conflitti armati. Anche i blocchi economici e le restrizioni all'import/export avevano interrotto il commercio internazionale. Dopo la guerra, la situazione è peggiorata a causa dell'inflazione, della svalutazione monetaria e della carenza di materie prime, tutti fattori che hanno interrotto il commercio. Anche i Paesi europei hanno avuto difficoltà a ricostruire le loro economie, il che ha rallentato la ripresa del commercio intraeuropeo.
  • L'inflazione è stata una costante del periodo post-1914-1918. Prima della guerra, la produzione di moneta era legata alla quantità di oro di riserva, il che limitava la quantità di denaro in circolazione e stabilizzava i prezzi. Tuttavia, durante la guerra, gli Stati dovettero produrre moneta per finanziare lo sforzo bellico, senza poter mantenere le proprie riserve auree. Questa necessità di finanziamenti aggiuntivi portò i governi a creare moneta non più indicizzata all'oro, provocando inflazione a breve termine. Dopo la guerra, la creazione di moneta continuò, causando il surriscaldamento dell'economia e l'inflazione, che divenne una costante dell'economia tra le due guerre. Anche fattori come la ricostruzione dell'Europa, l'ascesa dell'industria di massa, la svalutazione della moneta e la crescita della domanda contribuirono all'inflazione. L'inflazione ebbe un impatto negativo sull'economia, portando a una diminuzione del valore del denaro e a un'instabilità dei prezzi che complicò la situazione economica dell'epoca.
  • La guerra lasciò molti problemi economici che ebbero un impatto significativo sul periodo tra le due guerre. Tra questi, la riorganizzazione del commercio internazionale, la questione delle riparazioni e quella dell'accesso alle fonti energetiche. In particolare, la questione dell'accesso alle fonti energetiche divenne un problema importante nel periodo tra le due guerre. Vennero sviluppate nuove tecnologie, soprattutto nel campo dei trasporti, che richiedevano l'uso di combustibili, come il petrolio. La domanda di queste risorse scarse e strategiche aumentò, sollevando la questione dell'accesso alle fonti energetiche. Gli Stati che disponevano di queste risorse cercavano di controllarle per la propria sicurezza energetica ed economica, mentre gli Stati che ne erano privi cercavano di ottenerle con ogni mezzo possibile, compresa la forza. Questo ha portato a tensioni geopolitiche, conflitti e alleanze tra Stati. La questione dell'accesso alle fonti energetiche è rimasta una questione importante per tutto il periodo tra le due guerre e oltre, con ripercussioni sulla politica estera degli Stati e sull'economia mondiale.

Il crollo del mercato azionario del 1929 ebbe conseguenze economiche drammatiche in tutto il mondo, Europa compresa. Le banche americane furono colpite duramente, provocando un calo degli investimenti americani in Europa, in particolare in Germania e in Austria. Ciò portò a una serie di fallimenti bancari in Europa, soprattutto in Germania e in Austria, che aggravarono la crisi economica di questi Paesi. La crisi economica minò le basi della pace di Versailles, in particolare le clausole di riparazione imposte alla Germania. La Germania si rifiutò di pagare i suoi debiti, il che portò Francia e Gran Bretagna a rifiutarsi di pagare i propri debiti agli Stati Uniti. Ciò creò tensioni tra i Paesi europei, aggravando ulteriormente la crisi economica. Questi problemi economici giocarono un ruolo fondamentale nell'aumento delle tensioni che portarono alla Seconda guerra mondiale. La crisi economica contribuì all'ascesa del nazionalismo e dell'estremismo politico in Europa e indebolì le democrazie europee. In definitiva, questi fattori crearono le condizioni che permisero a Hitler di prendere il potere in Germania e di iniziare la Seconda guerra mondiale.

L'ascesa dei nazionalismi coloniali

L'ascesa dei nazionalismi coloniali fu caratterizzata da diversi elementi che portarono all'indebolimento degli imperi durante il periodo interbellico:

  • La partecipazione delle colonie alla guerra fu vista come un'opportunità per migliorare il loro status. Tuttavia, alla mobilitazione dello sforzo bellico non seguì la compensazione promessa. Ad esempio, l'India aveva negoziato la sua partecipazione alla guerra in cambio di un miglioramento dello status autonomo, ma questo non fu rispettato. Questa mancanza di ricompensa contribuì alla cristallizzazione dei movimenti nazionalisti. Allo stesso modo, anche altre colonie furono trattate ingiustamente e non ricevettero i benefici promessi in cambio della loro partecipazione alla guerra. Questa situazione rafforzò un senso di ingiustizia e di malcontento tra le popolazioni colonizzate, contribuendo alla nascita di movimenti nazionalisti e alla lotta per l'indipendenza in molte colonie.
  • L'"ascesa delle classi medie istruite nelle colonie portò a una crescente richiesta di partecipazione al potere". Tuttavia, le metropoli esclusero sistematicamente i nativi creando poche assemblee rappresentative e limitando la loro rappresentanza. Ciò creò una crescente frustrazione tra le classi medie. Queste restrizioni erano particolarmente evidenti nelle colonie africane e asiatiche, dove gli europei erano spesso una piccolissima minoranza e i nativi erano largamente esclusi da importanti sfere politiche ed economiche. Ciò portò all'emergere di movimenti nazionalisti e lotte per l'indipendenza, talvolta violente, come nel caso delle colonie francesi di Algeria e Indocina.
  • I movimenti di protesta contro lo sfruttamento coloniale erano sempre più numerosi. La colonizzazione fu principalmente un fenomeno di dominio politico e di sfruttamento economico. Le metropoli approfittavano delle risorse delle colonie senza consentire la reciprocità. Questa situazione è stata sempre più messa in discussione. In molti casi, i coloni hanno sfruttato le risorse naturali delle colonie senza reinvestire i profitti nello sviluppo dell'economia locale. Le industrie estrattive, come quelle minerarie e forestali, hanno spesso avuto un impatto negativo sull'ambiente e sulle popolazioni locali. Inoltre, le metropoli hanno spesso imposto politiche economiche che hanno favorito i loro interessi rispetto a quelli delle colonie. Pratiche commerciali sleali, tasse elevate sui prodotti locali e la subordinazione delle economie coloniali all'economia della metropoli hanno spesso portato a squilibri economici significativi. In risposta a queste pratiche, i movimenti di protesta cercarono di evidenziare le richieste delle popolazioni locali. Spesso chiedevano una distribuzione più equa delle risorse, un accesso paritario all'istruzione e alle opportunità economiche e una maggiore autonomia politica.
  • La democratizzazione in Europa è diventata un modello che ha portato alla perdita di prestigio del modello europeo. Sebbene negli anni Dieci e Venti del Novecento si sia verificato un processo di approfondimento della democrazia nei Paesi europei, questo modello è stato criticato e utilizzato come esempio da seguire per le colonie. Tuttavia, questo processo di democratizzazione non ha interessato le colonie. Le élite dei Paesi coloniali assistettero a questo fenomeno di democratizzazione e non ne furono toccate. Ciò contribuì ad alimentare il movimento nazionalista e la lotta per l'indipendenza nelle colonie, dove le popolazioni indigene chiedevano una maggiore partecipazione politica e autonomia. Le élite dei Paesi coloniali videro nella democratizzazione in Europa una prova della capacità umana di autogoverno e quindi chiesero un'equa partecipazione ai processi decisionali nei loro Paesi. Questa richiesta era motivata dall'aspirazione a una maggiore autonomia e uguaglianza politica, considerate diritti naturali. Tuttavia, le metropoli spesso si rifiutavano di riconoscere queste richieste e mantenevano il loro dominio politico sulle colonie. Questo portò a una crescente frustrazione e a una più forte contestazione del dominio coloniale, che alla fine sfociò in movimenti di protesta e lotte per l'indipendenza.
  • L'influenza della Rivoluzione russa fu un evento epocale. La Rivoluzione russa del 1917 ebbe un'influenza significativa sulle colonie, in particolare in Nord Africa e in Indocina. La rivoluzione fornì un modello alternativo di organizzazione politica e sociale che fu molto attraente per molti movimenti nazionalisti nelle colonie. Gli ideali comunisti, come l'uguaglianza sociale e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, furono presentati come un'alternativa al sistema coloniale ingiusto e sfruttatore. I movimenti nazionalisti delle colonie adottarono le idee e le tattiche della Rivoluzione russa, come la militanza, la mobilitazione di massa, gli scioperi e la lotta armata. La Rivoluzione russa fornì anche un modello di organizzazione politica. Nelle colonie furono creati partiti comunisti, utilizzati come mezzo per mobilitare le masse e lottare contro il dominio coloniale. I partiti comunisti furono anche utilizzati come piattaforma per la promozione dell'indipendenza e dell'autonomia politica. In Nord Africa, la Rivoluzione russa ebbe un impatto significativo sul movimento nazionalista algerino. Il Partito Comunista Algerino, fondato nel 1936, è stato una forza importante nella lotta per l'indipendenza dell'Algeria. In Indocina, la rivoluzione russa fu fonte di ispirazione anche per i movimenti nazionalisti vietnamiti, che crearono un proprio partito comunista, il Partito Comunista Vietnamita.
  • La "rinascita delle religioni locali fu un altro terreno di coltura per i movimenti nazionalisti". La rinascita delle religioni locali fu un altro terreno fertile per i movimenti nazionalisti nelle colonie. In molti Paesi colonizzati, la religione è stata utilizzata come mezzo per affermare l'identità nazionale e la specificità culturale di fronte alla dominazione coloniale. Nel mondo arabo, la rinascita dell'Islam è stata intimamente legata allo sviluppo dei movimenti nazionalisti. I movimenti nazionalisti arabi hanno utilizzato l'Islam come elemento centrale della loro visione politica, presentandolo come fondamento dell'identità e della cultura araba. I movimenti nazionalisti arabi hanno anche utilizzato l'Islam per mobilitare le masse, soprattutto le classi lavoratrici e rurali. In India, la rinascita del buddismo ha accompagnato i movimenti indipendentisti. Il leader indiano B.R. Ambedkar incoraggiò i Dalit, gli "intoccabili" della società indiana, a convertirsi al buddismo come forma di protesta contro il dominio coloniale e la discriminazione di casta. Ambedkar vedeva nel buddismo un'alternativa alla dominazione indù e incoraggiava la conversione al buddismo come mezzo di emancipazione dalla dominazione coloniale e dalla discriminazione di casta.
Mappa del mondo che mostra i possedimenti coloniali nel 1945.

La globalizzazione degli scontri

Il periodo tra le due guerre fu segnato da un'intensificazione della globalizzazione degli scontri. Le aree di tensione aumentarono di numero e di intensità, riflettendo l'aumento del nazionalismo e delle rivendicazioni territoriali in molte parti del mondo. In Europa, l'ascesa del nazismo e del fascismo portò alla Seconda guerra mondiale, con conseguenze drammatiche per l'intero continente. In Asia, l'espansionismo giapponese portò a conflitti con la Cina e altri Paesi della regione, che sfociarono nella guerra sino-giapponese e nella partecipazione del Giappone alla Seconda guerra mondiale. In America Latina, i conflitti territoriali sono stati esacerbati dall'imperialismo statunitense e dalla dottrina del "Big Stick", con interventi militari in diversi Paesi della regione. In Africa, le rivalità coloniali portarono a conflitti sanguinosi, soprattutto all'interno dell'impero francese. In questo contesto, la Società delle Nazioni, creata dopo la Prima guerra mondiale per promuovere la pace e la cooperazione internazionale, ha mostrato i suoi limiti. Nonostante i suoi sforzi per risolvere i conflitti, non è riuscita a prevenire l'aumento delle tensioni e il moltiplicarsi degli scontri in tutto il mondo.

Il Medio Oriente è diventato una polveriera nel periodo tra le due guerre. Lo smembramento dell'Impero Ottomano creò molte sfide per le popolazioni che vi vivevano, soprattutto per i greci e i turchi. L'Accordo Sykes-Picot, firmato nel 1916, divise il Medio Oriente in zone d'influenza francesi e britanniche, creando confini artificiali e instabili. Le popolazioni locali erano divise, con alcuni gruppi favoriti e altri emarginati. La presenza di minoranze etniche e religiose, come greci e turchi, nei territori di entrambe le nazioni creò tensioni che portarono a violenti scontri e a massicci spostamenti di popolazione. Il conflitto greco-turco portò anche alla guerra greco-turca del 1919-1922, che ebbe conseguenze disastrose per la popolazione civile. La regione fu anche segnata dall'ascesa del nazionalismo arabo e dall'emergere di movimenti politici come il Ba'ath e i Fratelli Musulmani.

La Cina ha vissuto un periodo di caos dopo la rivoluzione del 1911, che ha rovesciato la dinastia Qing e proclamato la Repubblica di Cina. Tuttavia, nonostante questa proclamazione, la Cina era ancora divisa in diverse regioni senza un forte governo centrale, con conseguente continua instabilità politica. Negli anni Venti, la Cina dovette affrontare molte sfide, tra cui ribellioni locali, conflitti regionali e disordini sociali. Il movimento nazionalista, guidato da Sun Yat-sen, tentò di modernizzare la Cina e di rafforzare l'autorità centrale, ma i suoi sforzi furono ostacolati dalle guerre civili e dalle interferenze straniere. La Cina dovette anche affrontare aggressioni esterne, tra cui la guerra sino-giapponese del 1937-1945, durante la quale il Giappone invase la Cina e commise numerosi crimini di guerra. Tutte queste tensioni indebolirono la Cina e ostacolarono la sua capacità di svilupparsi e diventare una potenza mondiale.

Negli anni Venti, il Giappone divenne un'ambiziosa potenza imperialista in Asia orientale, con ambizioni territoriali in Corea e Cina. All'inizio del XX secolo, il Giappone aveva già stabilito una presenza economica in Manciuria, una regione della Cina ricca di risorse in cui dominava il capitale giapponese. Nel 1931, il Giappone invase la Manciuria con il pretesto di un presunto attacco di soldati cinesi a una ferrovia controllata dai giapponesi. Il Giappone istituì uno Stato fantoccio chiamato Manchukuo, governato da un ex imperatore cinese scelto dai giapponesi. L'invasione fu condannata dalla Società delle Nazioni, ma il Giappone si rifiutò di rispettare le risoluzioni dell'organizzazione internazionale. Nel 1937, il Giappone lanciò un'invasione su larga scala della Cina, che scatenò la guerra sino-giapponese del 1937-1945. Durante questa guerra, il Giappone commise molti crimini di guerra, come il massacro di Nanchino e l'uso di armi chimiche contro i civili. L'invasione giapponese della Cina fu un punto di svolta nella storia dell'Asia orientale e contribuì allo scoppio della Seconda guerra mondiale nella regione. Screditò anche la Società delle Nazioni, che si dimostrò impotente a prevenire l'aggressione giapponese in Cina.

Negli anni Venti, la Germania e l'Italia iniziarono a convertirsi a regimi totalitari, con governi fascisti guidati da Mussolini e Hitler. Questi regimi violarono le disposizioni del Trattato di Versailles del 1919, che aveva posto fine alla Prima guerra mondiale, riarmandosi, annettendo territori vicini e perseguendo politiche espansionistiche. In Asia, il Giappone è diventato uno Stato militarista negli anni '30, quando il potere è stato trasferito ai militari. Il Giappone cercò di creare una sfera di co-prosperità in Asia orientale annettendosi i territori vicini, tra cui la Manciuria in Cina e parte dell'Indocina francese. Nel 1936 il Giappone firmò anche un patto anti-Komintern con la Germania nazista, che mirava a contrastare l'influenza comunista nel mondo. Questi regimi totalitari in Europa e in Asia alla fine formarono una coalizione, con Germania, Italia e Giappone che formarono l'Asse durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa alleanza ha portato a conflitti di massa in Europa, Africa e Asia, con conseguenze disastrose per le popolazioni civili di queste regioni.

L'alleanza dei regimi totalitari in Europa e in Asia rappresentava una nuova minaccia alla stabilità globale. I patti firmati nel novembre 1936, come il Patto Roma-Berlino e il Patto Anti-Kommin tra Germania e Giappone, rafforzarono i legami tra questi regimi e gettarono le basi per la futura alleanza dell'Asse.

Il Patto Roma-Berlino fu firmato il 25 ottobre 1936 tra la Germania nazista e l'Italia fascista. Il patto stabilì un'alleanza militare e politica tra i due Paesi, con la quale si impegnavano a cooperare strettamente su questioni diplomatiche e ad agire insieme in caso di conflitto. Il patto fu visto come un consolidamento delle relazioni sempre più strette tra Adolf Hitler e Benito Mussolini, che condividevano un'ideologia politica simile e una visione di espansione territoriale dei rispettivi Paesi. Il Patto Anti-Kommin, firmato il 25 novembre 1936 tra Germania e Giappone, era un patto contro il comunismo e mirava principalmente a contrastare l'influenza dell'Unione Sovietica in Europa e in Asia. Il patto stabiliva un'alleanza politica tra i due Paesi per un periodo di cinque anni, in cui si impegnavano a cooperare per contrastare le attività comuniste internazionali e ad aiutarsi reciprocamente in caso di conflitto. Il patto fu aperto alla firma di altri Paesi e alla fine fu firmato da una dozzina di Paesi, tra cui Italia, Ungheria e Spagna. Questi due patti ebbero un ruolo importante nel consolidare le alleanze politiche tra i regimi totalitari in Europa e in Asia negli anni Trenta. Contribuirono a rafforzare la posizione della Germania nazista in Europa e l'influenza giapponese in Asia, consolidando al contempo il campo anticomunista e creando un fronte unito contro le democrazie occidentali.

Il Patto Tripartito Roma-Berlino-Tokyo, firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre 1940, formalizzò questa alleanza e affermò la solidarietà dei regimi totalitari nel loro desiderio di dividere il mondo dopo la guerra. Questa alleanza portò a un'escalation di conflitti e infine alla Seconda guerra mondiale. Il patto affermava la solidarietà dei tre Paesi e il loro desiderio di dividere il mondo dopo che l'Asse (Germania, Italia e Giappone) aveva sconfitto gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica e altre nazioni alleate). Il patto stabiliva inoltre che i tre Paesi avrebbero collaborato militarmente, economicamente e politicamente per raggiungere i loro obiettivi comuni. Le parti si impegnavano a difendersi reciprocamente in caso di attacco da parte di una potenza non già in guerra con loro. Il Patto Tripartito creò così un'alleanza militare che ebbe un ruolo importante nella Seconda Guerra Mondiale. Il Patto Tripartito Roma-Berlino-Tokyo fu firmato poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania. Con l'adesione del Giappone, l'alleanza dell'Asse divenne una forza militare ed economica considerevole. Tuttavia, nonostante l'alleanza, i tre Paesi non riuscirono a trovare un accordo su alcune questioni chiave, come la guerra contro l'Unione Sovietica. Questa divisione indebolì l'Alleanza dell'Asse e contribuì alla sua sconfitta finale nel 1945.

Allo stesso tempo, l'incapacità della Società delle Nazioni di controllare l'aggressione militare di questi regimi portò al suo inesorabile declino. La Società delle Nazioni fu un'organizzazione internazionale creata all'indomani della Prima guerra mondiale, ma non fu in grado di prevenire l'aggressione militare di Germania, Italia e Giappone. L'uscita di questi regimi totalitari dalla Lega ha screditato l'organizzazione, che ha perso ogni credibilità agli occhi della comunità internazionale.

A differenza della Prima guerra mondiale, in cui la guerra era iniziata in Europa e si era diffusa in tutto il mondo, la Seconda guerra mondiale vide l'emergere di focolai di tensione al di fuori dell'Europa, che alla fine sfociarono in una guerra mondiale. I conflitti scoppiarono in Asia, in particolare tra Cina e Giappone, e nel Pacifico, dove si scontrarono Stati Uniti e Giappone. Inoltre, la Germania nazista tentò di conquistare l'Unione Sovietica, provocando una guerra sul fronte orientale. Alla fine, tutti questi conflitti sfociarono in una guerra totale che coinvolse tutte le principali potenze mondiali e che ebbe conseguenze drammatiche per milioni di persone in tutto il mondo.

La Deuxième guerre mondiale

Aperçu chronologique

Elle se déroule de part est d’autre d’un axe qui est l’année 1942 avec une première période marquée par des succès pour l’axe Rome-Berlin-Tokyo avec en particulier une invasion rapide (blitzkrieg) de l’Europe notamment la Norvège, la Belgique, le Danemark et la France.

En 1940, la plupart de l'Europe était sous domination allemande et italienne, après que l'Allemagne nazie eut lancé une série de blitzkriegs victorieuses contre plusieurs pays européens, notamment la Pologne, le Danemark, la Norvège, la Belgique, les Pays-Bas et la France. La France, qui était censée avoir la première armée du monde à l'époque, a été mise en déroute par les forces allemandes malgré leur résistance acharnée. Après la défaite de la France, le gouvernement français a signé un armistice avec l'Allemagne, ce qui a permis à l'Allemagne d'occuper la plupart du pays et d'établir un régime de collaboration avec le gouvernement français de Vichy. L'Angleterre était le seul pays à résister aux avancées de l'Allemagne à ce moment-là, grâce notamment à la Royal Air Force (RAF) qui avait repoussé la Luftwaffe allemande lors de la bataille d'Angleterre. Cette résistance britannique a finalement conduit à la création de la coalition des Alliés, qui a permis de mener la guerre contre l'Axe jusqu'à la victoire finale en 1945.

En juin 1941, l'Union soviétique a été envahie par les forces allemandes dans le cadre de l'opération Barbarossa, qui a constitué la plus grande opération militaire terrestre de l'histoire. Cette invasion a été marquée par des batailles brutales et meurtrières, notamment la bataille de Stalingrad, qui a été l'une des plus sanglantes de toute la guerre. En avril 1941, les États-Unis n'étaient pas encore entrés en guerre, mais cela a changé le 7 décembre de la même année, lorsque l'armée impériale japonaise a attaqué la base navale américaine de Pearl Harbor à Hawaï. Cette attaque a causé des pertes importantes pour les forces américaines et a été le déclencheur de l'entrée en guerre des États-Unis aux côtés des Alliés. L'entrée en guerre des États-Unis a constitué un tournant majeur dans la guerre, car elle a apporté des ressources économiques et militaires considérables à la coalition des Alliés, ce qui a finalement contribué à la défaite de l'Axe.

En 1942, le Japon a mené une série de blitzkriegs dans le Pacifique et en Asie du Sud-Est, profitant de la désorganisation initiale des forces américaines et britanniques dans la région. Les forces japonaises ont rapidement conquis une zone énorme qui comprenait des territoires tels que les Philippines, la Malaisie, Singapour, l'Indochine française, les Indes orientales néerlandaises et plusieurs îles de l'océan Pacifique. La campagne japonaise a été marquée par des batailles brutales, notamment la bataille de la mer de Corail et la bataille de Midway, qui ont été des tournants importants dans la guerre dans le Pacifique. Cependant, la stratégie japonaise d'expansion rapide s'est finalement retournée contre eux, car elle a étiré leurs forces et affaibli leur capacité à maintenir le contrôle des territoires conquis. Au fil du temps, les Alliés ont pu reprendre l'initiative dans la région, en menant des offensives contre les forces japonaises et en les repoussant progressivement de leurs positions conquises. Cette campagne a pris fin en 1945 avec la capitulation du Japon, qui a mis fin à la guerre dans le Pacifique.

Les succès des Forces de l'Axe en Europe (31 août 1939- 21 juin 1941).

A partir de l'été 1942, les Alliés ont commencé à remporter leurs premières victoires significatives dans la guerre. Après des mois de défaites et de revers, les Alliés ont finalement lancé des offensives réussies en Afrique du Nord, en repoussant les forces allemandes et italiennes en Libye et en Tunisie. Avec l'entrée en guerre des États-Unis et leur puissance industrielle massive, la guerre a commencé à s'accélérer. Les États-Unis ont mobilisé rapidement leur économie pour produire des quantités massives de matériel de guerre, y compris des avions, des chars, des munitions et des navires. Cette production massive a finalement permis aux Alliés de disposer de ressources supérieures à celles de l'Axe, malgré les revers initiaux. Au fur et à mesure que la guerre progressait, les Alliés ont commencé à prendre l'initiative sur plusieurs fronts, notamment en Afrique du Nord, en Italie et en Europe de l'Est. Les batailles de Stalingrad et de Koursk en URSS ont également marqué des tournants importants dans la guerre sur le front de l'Est.

À partir de l'été 1942, les Alliés ont commencé à remporter des victoires importantes, mettant fin à la période de succès de l'Axe. La bataille de Midway en juin 1942 a été un tournant majeur de la guerre dans le Pacifique, alors que la bataille d'El Alamein en Égypte en octobre-novembre 1942 a permis aux forces britanniques de repousser les Allemands et de prendre l'avantage en Afrique du Nord. La bataille de Stalingrad, qui a eu lieu de juillet 1942 à février 1943, a également été décisive sur le front de l'Est, alors que le débarquement allié en Afrique du Nord en novembre 1942 a ouvert la voie à une invasion de l'Italie et de l'Europe continentale. Grâce à ces événements, les Alliés ont pu inverser la situation en leur faveur et passer d'une guerre militaire à une guerre économique, produisant plus de matériel de guerre qu'ils n'en perdaient.

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En 1943, la Seconde Guerre mondiale était à un tournant décisif. La bataille de Stalingrad a été l'un des tournants majeurs de la Seconde Guerre mondiale. Les forces allemandes avaient lancé une offensive massive sur la ville de Stalingrad en juillet 1942, dans le but de prendre le contrôle de la région et d'affaiblir les forces soviétiques. Cependant, les Soviétiques ont résisté avec succès et ont finalement encerclé les forces allemandes dans la ville. Les combats ont été acharnés, avec des conditions météorologiques extrêmes, une guerre de rue brutale et une pénurie de nourriture et de fournitures pour les deux camps.La défaite allemande à Stalingrad a été un tournant majeur de la guerre sur le front de l'Est. Les forces allemandes ont perdu près de 300 000 soldats et ont subi une humiliation majeure. Cette défaite a également été un coup dur pour le moral des forces allemandes et a sapé leur confiance dans leur capacité à remporter la guerre. En revanche, la victoire soviétique a galvanisé le moral des forces alliées et a montré que les forces de l'Axe n'étaient pas invincibles. La bataille de Stalingrad a également marqué le début de la contre-offensive soviétique qui allait finalement conduire à la défaite de l'Allemagne nazie.

L'opération Husky, qui a débuté en juillet 1943, était une opération majeure des forces alliées pendant la Seconde Guerre mondiale. Elle avait pour objectif de débarquer en Sicile, une île clé contrôlée par l'Italie, l'un des piliers de l'Axe. Les forces alliées, composées de troupes britanniques, canadiennes et américaines, ont mené une invasion amphibie massive de la Sicile, qui a été fortement défendue par les forces italiennes. Cependant, les forces alliées ont réussi à s'emparer de l'île après plusieurs semaines de combats intenses. Cette victoire a permis aux forces alliées de sécuriser une base importante pour l'invasion de l'Italie continentale. L'opération Husky a également contribué à la neutralisation de l'Italie en tant que pilier de l'Axe. L'Italie a finalement capitulé en septembre 1943, après le renversement du régime fasciste de Mussolini et la formation d'un gouvernement italien favorable aux Alliés. Cette capitulation a ouvert la voie à une invasion alliée de l'Italie continentale, qui a commencé en septembre 1943.

En novembre 1943, la première grande conférence des Alliés s'est tenue à Téhéran, en Iran. Cette conférence a été marquée par la présence de trois dirigeants majeurs de l'époque : le président américain Franklin D. Roosevelt, le Premier ministre britannique Winston Churchill et le leader soviétique Joseph Staline. Cette conférence a permis d'ébaucher les premiers problèmes de l'après-guerre et les Alliés se sont interrogés sur la manière d'exploiter leur victoire et de dessiner les contours de l'après-guerre. Lors de la conférence de Téhéran, les Alliés ont convenu de l'ouverture d'un second front en Europe de l'Ouest en 1944, ce qui a finalement eu lieu avec le débarquement de Normandie en juin 1944. Les dirigeants ont également discuté de la manière de traiter l'Allemagne après la guerre, avec la mise en place d'une occupation et la démilitarisation du pays. La conférence a également jeté les bases de la création des Nations Unies, qui seraient créées après la guerre pour assurer la paix et la sécurité dans le monde.

L'année 1944 a été marquée par des événements décisifs dans la Seconde Guerre mondiale. Le plus notable a été le débarquement en Normandie, également connu sous le nom de D-Day, le 6 juin 1944. Cette opération était une invasion amphibie massive menée par les forces alliées, principalement composées de troupes américaines, britanniques et canadiennes, qui ont débarqué sur les plages de Normandie pour libérer la France occupée par les Allemands. Le débarquement a été un succès, bien qu'avec de lourdes pertes, et a marqué le début de la libération de l'Europe de l'Ouest. Pendant ce temps, dans le Pacifique, les États-Unis ont poursuivi leur campagne pour reconquérir les territoires occupés par les forces japonaises. Les forces américaines ont remporté une série de batailles navales décisives, notamment la bataille de la mer des Philippines en juin 1944, qui a marqué la fin de la présence navale japonaise dans la région. Les États-Unis ont également mené une campagne de bombardements massifs sur les îles japonaises, qui ont causé de graves dommages économiques et ont contribué à affaiblir la capacité militaire japonaise.

L'année 1945 a été l'année décisive de la Seconde Guerre mondiale. Les forces alliées ont continué leur avancée contre l'Allemagne nazie et l'Empire du Japon, qui étaient pris en étau par les armées russes et les armées anglo-américano-françaises. En Europe, les forces alliées ont lancé une série d'offensives majeures qui ont contribué à la défaite de l'Allemagne. En janvier 1945, les Soviétiques ont lancé l'offensive Vistule-Oder, qui a permis de prendre Berlin en mai 1945. Pendant ce temps, les forces alliées occidentales ont mené l'offensive en Rhénanie, qui a abouti à la capture de la ville stratégique de Cologne. Ces offensives ont finalement conduit à la reddition de l'Allemagne le 8 mai 1945. Dans le Pacifique, les forces alliées ont poursuivi leur campagne pour vaincre le Japon. Les États-Unis ont mené une série de bombardements massifs sur les villes japonaises, culminant avec les bombes atomiques larguées sur Hiroshima et Nagasaki en août 1945. Cette action a finalement conduit à la reddition du Japon le 15 août 1945, mettant ainsi fin à la Seconde Guerre mondiale.

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La guerre en Europe, l’effondrement des puissances traditionnelles et l’émergence de la logique des blocs

La France, qui avait été l'une des grandes puissances en Europe pendant des siècles, a subi un effondrement rapide et dévastateur face à l'Allemagne nazie lors de la Seconde Guerre mondiale. En mai 1940, l'armée allemande a envahi la France, forçant le gouvernement à se replier à Bordeaux. En seulement cinq semaines, les forces allemandes ont conquis la majeure partie du pays, laissant Paris occupée. Sous l'occupation allemande, la France a été divisée en deux parties : une zone occupée directement par les forces allemandes et une zone libre qui était administrée par le régime de Vichy, dirigé par le maréchal Pétain. Le régime de Vichy a lancé une politique de collaboration avec l'Allemagne nazie, qui a conduit à la persécution et à la déportation des Juifs et d'autres minorités. La défaite rapide de la France a été un choc pour le monde entier et a eu des conséquences profondes pour le pays. La France a perdu son statut de grande puissance et a été contrainte de se retirer de la scène internationale. Elle a dû reconstruire son économie et sa société après la guerre, et a dû faire face à de nombreux défis, notamment la question de la collaboration et de la résistance pendant la guerre.

Pendant la Seconde Guerre mondiale, la Grande-Bretagne a joué un rôle crucial dans la résistance contre l'Allemagne nazie, mais elle a également subi de lourdes pertes et s'est retrouvée dans une position de faiblesse. La guerre a eu un impact dévastateur sur l'économie britannique, qui était déjà affaiblie par la Grande Dépression, et le pays a rapidement été ruiné. En tant que résultat, la Grande-Bretagne a absolument besoin de l'aide des États-Unis pour continuer à se maintenir en guerre. Les États-Unis ont fourni une aide matérielle considérable à la Grande-Bretagne, y compris des armes, des munitions, des fournitures médicales et des denrées alimentaires. Cela a permis à la Grande-Bretagne de résister aux attaques allemandes et de poursuivre la guerre. Cependant, malgré la résistance britannique, le pays n'a pas été en mesure de prendre la direction de la guerre, et a été incapable de lancer un processus de reconquête de l'Europe occupée par les forces allemandes. La Grande-Bretagne a dû compter sur les forces américaines pour mener les offensives militaires et libérer l'Europe de l'occupation nazie.

Les États-Unis ont joué un rôle crucial dans la victoire des Alliés pendant la Seconde Guerre mondiale en fournissant des armes, des équipements et des fournitures essentiels aux forces militaires alliées. L'industrie américaine a été en mesure de produire à grande échelle des avions, des chars, des navires, des armes légères, des munitions et d'autres fournitures nécessaires à la guerre. En plus de fournir un soutien matériel, les États-Unis ont également fourni une assistance financière aux Alliés pendant la guerre, notamment à la Grande-Bretagne et à l'Union soviétique. Cette aide financière a aidé à maintenir les Alliés en guerre et a contribué à la victoire finale. La position économique et industrielle des États-Unis après la guerre a également été renforcée, ce qui a contribué à la transformation des États-Unis en une superpuissance économique et politique mondiale dans les décennies suivantes.

L'Union soviétique a joué un rôle crucial dans la victoire des Alliés en Europe. Malgré les pertes énormes subies lors de la guerre, elle a réussi à mobiliser une force militaire et industrielle considérable. Les Soviétiques ont mené des opérations décisives sur le front de l'Est, notamment à Stalingrad et Koursk, qui ont infligé de lourdes pertes aux forces allemandes. Cette pression constante a contraint Hitler à déplacer une grande partie de ses troupes de l'Ouest vers l'Est, affaiblissant ainsi les défenses allemandes sur tous les fronts.

Les États-Unis et l'Union soviétique ont émergé comme les nouveaux maîtres du jeu après la Seconde Guerre mondiale, chacun avec une influence considérable sur la scène internationale. Les États-Unis étaient devenus la principale puissance économique du monde, avec une forte présence militaire et diplomatique sur tous les continents. L'Union soviétique, quant à elle, avait établi une sphère d'influence considérable en Europe de l'Est, avec des gouvernements communistes soutenus par Moscou. Les relations entre les deux superpuissances étaient tendues, avec des tensions croissantes qui ont conduit à la guerre froide et à une course aux armements qui a duré des décennies.

Le bilan de la guerre

Le bilan humain de la Seconde Guerre mondiale est catastrophique. On estime qu'environ 50 millions de personnes ont perdu la vie, ce qui représente environ 20 fois plus que le nombre de morts de la Première Guerre mondiale. Parmi ces 50 millions de morts, 20 millions sont recensés en URSS, un chiffre qui pèsera sur les négociations concernant la place de l'Union Soviétique dans le nouvel ordre international qui se mettra en place après 1945. En plus des pertes humaines, la guerre a également causé d'importants dégâts matériels et économiques, qui ont laissé de nombreuses régions du monde en ruines. La Seconde Guerre mondiale a donc eu des conséquences majeures sur la politique, l'économie et la société de nombreux pays, et a profondément marqué l'histoire du XXème siècle.

Le bilan économique de la guerre est également catastrophique, en particulier pour l'Europe et le Japon qui ont été durement touchés et détruits. L'Allemagne, en particulier, a été considérée comme étant à "zéro" en termes de sa situation économique et sociale après la guerre, avec une grande partie de son infrastructure et de son industrie détruites. Il y avait un état de détresse énorme et une pénurie de nourriture, de logement et de travail. La reconstruction de l'Europe a été l'une des tâches les plus importantes dans les années suivant la fin de la guerre.

La Shoah est l'un des pires crimes de l'histoire de l'humanité et a causé la mort de millions de personnes, principalement des Juifs mais aussi des Roms, des Slaves, des homosexuels et des personnes handicapées. Les nazis ont planifié et mis en œuvre une entreprise d'élimination systématique et industrielle de ces groupes, dans le but de créer une Europe dépourvue de ces « éléments indésirables ». Cela a entraîné la mort de 6 à 10 millions de personnes, soit environ deux tiers de la population juive d'Europe avant la guerre. La Shoah a également eu des conséquences durables sur les communautés juives dans le monde entier et a profondément marqué la mémoire collective de l'humanité.

L'entrée dans l'ère nucléaire est un des bilans importants de la Seconde Guerre mondiale. Les bombardements atomiques d'Hiroshima et Nagasaki en août 1945 ont eu un impact majeur sur la fin de la guerre et ont marqué l'histoire en étant les premiers exemples d'utilisation de l'arme nucléaire à des fins militaires. Cette situation a également marqué le début d'une course aux armements nucléaires entre les États-Unis et l'URSS qui a caractérisé la guerre froide pendant plusieurs décennies. Cette situation a également eu un impact sur les relations internationales et la géopolitique mondiale en favorisant la création de nouveaux blocs et en exacerbant les tensions entre les grandes puissances.

La Guerre froide

La Guerre froide était une période de tensions politiques, militaires et idéologiques entre les États-Unis et l'Union soviétique, qui s'est étendue de la fin de la Seconde Guerre mondiale en 1945 jusqu'à la fin des années 1980. Les deux puissances mondiales avaient des idéologies et des systèmes politiques différents : les États-Unis défendaient le capitalisme et la démocratie, tandis que l'Union soviétique soutenait le communisme et le socialisme. Les causes de la Guerre froide sont multiples, mais les tensions ont été alimentées par la course aux armements, la propagande et l'espionnage, ainsi que par les conflits idéologiques entre les deux superpuissances. Les États-Unis et l'Union soviétique se sont engagés dans des guerres par procuration dans des régions telles que l'Amérique latine, l'Afrique et l'Asie, soutenant chacun leur camp respectif. La Guerre froide a pris fin en 1989 avec la chute du Mur de Berlin et la dissolution de l'Union soviétique en 1991. La fin de la Guerre froide a été marquée par des changements importants dans le monde, y compris la fin de la division de l'Europe, la fin de la course aux armements, et une réduction de la tension entre les États-Unis et la Russie.

Un monde bipolaire

Le monde bipolaire est un concept qui décrit une configuration mondiale dans laquelle deux superpuissances dominent la politique internationale. Ce concept a été utilisé pour décrire la période de la Guerre froide, lorsque les États-Unis et l'Union soviétique étaient les deux principales puissances mondiales. Pendant la Guerre froide, les États-Unis et l'Union soviétique se sont livrés à une compétition pour le pouvoir et l'influence dans le monde entier, se disputant l'allégeance des pays en développement et s'engageant dans des conflits par procuration dans diverses régions du monde. Cette rivalité a créé une atmosphère de méfiance et de tension, alimentée par une course aux armements massive et des activités de renseignement intenses. Le monde bipolaire a eu un impact significatif sur la politique mondiale, la diplomatie et les relations internationales. Les pays ont été forcés de choisir leur camp, et les alliances ont été formées en fonction de la position de chaque pays dans la confrontation Est-Ouest. La bipolarité a également façonné l'économie mondiale, avec l'émergence de deux systèmes économiques concurrents, le capitalisme et le communisme. Bien que le monde bipolaire de la Guerre froide ait pris fin avec la chute de l'Union soviétique, la rivalité entre les grandes puissances reste une caractéristique de la politique mondiale contemporaine.

Les objectifs géopolitiques des États-Unis et de l'Union soviétique

Les objectifs géopolitiques des États-Unis et de l'Union soviétique pendant la Guerre froide étaient différents. L'URSS avait pour objectif de protéger ses frontières et de maintenir son régime communiste en place, ainsi que de promouvoir le communisme dans le monde entier, bien que cette stratégie ait été adaptée à une position défensive après la Seconde Guerre mondiale. L'URSS a également cherché à étendre son influence en Europe de l'Est en créant une zone tampon de régimes communistes alliés, souvent appelée le « glacis protecteur ».

Les États-Unis, quant à eux, avaient pour objectif de préserver leur position de puissance mondiale et de contenir l'influence de l'Union soviétique dans le monde. Pour ce faire, ils ont créé des alliances militaires avec des pays du monde entier, tels que l'OTAN, dans le but de contenir la menace communiste. Les États-Unis ont également cherché à étendre leur zone d'influence économique et politique, en particulier en Amérique latine et en Asie, en soutenant les gouvernements pro-occidentaux.

Ainsi, les deux superpuissances avaient des objectifs géopolitiques différents, mais leurs stratégies ont fini par se heurter, créant un climat de méfiance et de tensions internationales qui a duré plusieurs décennies.

  •      Bloc de l'Ouest, pays de l'OTAN
  •      Bloc de l'Est, pays du pacte de Varsovie
  •       Rideau de fer
  •      Pays neutres
  •      Mouvement des non-alignés
  • (L'Albanie finira par rompre avec l'URSS pour s'aligner sur la Chine populaire.)

    Les camps en présence

    Pendant la Guerre froide, le monde était divisé en deux camps principaux : le bloc occidental, dirigé par les États-Unis et comprenant la plupart des pays d'Europe de l'Ouest, du Moyen-Orient, d'Amérique latine et du Japon. Ce bloc était également soutenu par des alliances militaires telles que l'OTAN.

    Le bloc communiste, dirigé par l'Union soviétique, comprenait l'URSS elle-même, ainsi que les pays communistes d'Europe de l'Est connus sous le nom de Démocraties populaires. La Chine est également devenue un membre important de ce bloc après la prise de pouvoir de Mao Tsé-toung en 1949. D'autres pays communistes tels que Cuba, l'Égypte et la Syrie ont également rejoint ce bloc.

    Il est important de noter que certains pays ont adopté une position de neutralité pendant la Guerre froide, notamment l'Inde et le Ghana. Cependant, la plupart des pays du monde ont été influencés d'une manière ou d'une autre par la rivalité entre les deux blocs, que ce soit par le biais de l'aide économique, de la propagande, des alliances militaires ou des conflits régionaux par procuration.

    Périodisation de la Guerre froide

    1947 - 1953 : fixation des deux blocs

    La période de 1947 à 1953 a été marquée par la mise en place du Plan Marshall et la fixation des deux blocs de la Guerre froide.

    Le Plan Marshall, officiellement appelé Programme de rétablissement européen, a été proposé par les États-Unis en 1947 pour aider à la reconstruction économique de l'Europe après la Seconde Guerre mondiale. Le plan prévoyait l'octroi d'une aide économique massive aux pays européens, y compris l'Allemagne de l'Ouest, pour aider à leur reconstruction et renforcer leur résistance contre l'expansion communiste. Le plan a été financé par les États-Unis et a duré jusqu'en 1951. Il est considéré comme un facteur clé dans la reprise économique de l'Europe de l'Ouest et dans la consolidation de l'alliance occidentale.

    Pendant cette période, les deux blocs de la Guerre froide ont également été fixés. En 1947, le président américain Harry S. Truman a annoncé la politique de containment, qui visait à contenir l'expansion communiste dans le monde entier. Cette politique a été mise en œuvre par le biais de l'aide économique et militaire aux pays alliés, ainsi que par des mesures diplomatiques pour isoler les pays communistes.

    L'année suivante, en 1948, l'Union soviétique a créé le Comecon (Conseil d'assistance économique mutuelle), une organisation économique destinée à coordonner l'aide économique entre les pays communistes d'Europe de l'Est. En réponse, les pays d'Europe de l'Ouest ont créé l'Organisation européenne de coopération économique (OECE), qui a éventuellement évolué en l'Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) en 1961.

    Le coup de Prague de 1948 a été un événement important de la Guerre froide en Europe. En février 1948, les communistes ont pris le contrôle du gouvernement tchécoslovaque après une série de manœuvres politiques et de pressions exercées sur les partis non communistes. Cette prise de pouvoir a conduit à la mise en place d'un régime communiste en Tchécoslovaquie, qui a été l'un des pays les plus industrialisés d'Europe de l'Est.

    Le coup de Prague a été considéré comme un exemple de plus de l'expansion du communisme en Europe de l'Est et a été vu comme une menace pour la sécurité de l'Europe occidentale. Les pays occidentaux, en particulier les États-Unis, ont été profondément préoccupés par cet événement et ont intensifié leurs efforts pour contrer l'expansion du communisme dans la région. Ils ont également renforcé leur soutien économique et militaire à leurs alliés en Europe de l'Ouest et ont créé des alliances militaires telles que l'OTAN pour renforcer leur sécurité collective.

    Le blocus de Berlin de 1948-1949 a été un événement majeur de la Guerre froide. Après la fin de la Seconde Guerre mondiale, l'Allemagne avait été divisée en quatre zones d'occupation contrôlées respectivement par les États-Unis, l'URSS, la Grande-Bretagne et la France. Berlin, située dans la zone d'occupation soviétique, avait également été divisée en quatre secteurs. En juin 1948, Staline a ordonné le blocus de Berlin-Ouest, qui était sous contrôle des Alliés occidentaux, dans le but de réduire la présence occidentale en Allemagne. Les Soviétiques ont coupé les routes, les voies ferrées et les canaux qui reliaient Berlin à l'Allemagne de l'Ouest, dans l'espoir de forcer les Alliés à abandonner la ville. Les Alliés occidentaux ont réagi en organisant un pont aérien pour acheminer les fournitures à Berlin-Ouest, qui a duré plus d'un an. Le blocus a finalement pris fin en mai 1949, après que Staline a réalisé que le pont aérien était trop efficace pour être contourné. Cependant, cet événement a renforcé la division de l'Allemagne en deux États, avec la création de la République fédérale d'Allemagne à l'ouest et de la République démocratique allemande à l'est, et a jeté les bases de la guerre froide en Europe.

    La création de l'Organisation du Traité de l'Atlantique Nord (OTAN) en 1949 a été une réponse directe à la menace perçue de l'expansion soviétique en Europe après la Seconde Guerre mondiale. L'OTAN est une alliance militaire défensive entre les États-Unis et ses alliés européens, créée pour préserver la paix et la sécurité en Europe occidentale. Le traité de l'OTAN a été signé par 12 pays : les États-Unis, le Canada, la France, le Royaume-Uni, la Belgique, les Pays-Bas, le Luxembourg, l'Italie, le Portugal, le Danemark, la Norvège et l'Islande. Les pays membres se sont engagés à se défendre mutuellement en cas d'attaque, conformément à l'article 5 du traité. L'OTAN a également joué un rôle important dans la guerre froide en fournissant une force militaire dissuasive contre l'Union soviétique et ses alliés communistes.

    La guerre de Corée (1950-1953) a été le premier conflit majeur de la guerre froide en dehors de l'Europe. Il a commencé après que la Corée du Nord communiste, soutenue par l'Union soviétique et la Chine, a envahi la Corée du Sud soutenue par les États-Unis et d'autres alliés. Le conflit a été déclenché par une série d'attaques surprises de la Corée du Nord en juin 1950, qui ont rapidement pris le contrôle de la majeure partie de la Corée du Sud. Les États-Unis, avec l'approbation de l'ONU, ont envoyé des troupes pour aider à repousser l'invasion et restaurer la paix en Corée. Le conflit s'est finalement terminé en 1953 par un armistice, qui a divisé la Corée en deux États séparés par une zone démilitarisée. La Corée du Nord est restée un État communiste, tandis que la Corée du Sud est devenue une démocratie capitaliste soutenue par les États-Unis. La guerre de Corée a été un moment clé de la guerre froide, car elle a montré que la confrontation entre les États-Unis et l'Union soviétique avait des implications mondiales. Elle a également conduit à une intensification de la course aux armements et à une militarisation accrue de la région Asie-Pacifique.

    La guerre d'Indochine, qui a duré de 1946 à 1954, est souvent considérée comme une guerre de décolonisation, car elle opposait principalement les forces françaises aux mouvements nationalistes vietnamiens dirigés par Ho Chi Minh. Cependant, à partir de la fin des années 1940, la guerre d'Indochine est devenue un enjeu de la Guerre froide, car les États-Unis ont commencé à fournir une aide financière et militaire à la France dans sa lutte contre les nationalistes communistes vietnamiens. Cette aide américaine a considérablement augmenté après la victoire des communistes en Chine en 1949 et la crainte d'une extension du communisme en Asie. Les États-Unis ont donc fourni une aide financière et matérielle à la France pour lutter contre les nationalistes communistes vietnamiens, le Viêt Minh, qui était soutenu par l'Union soviétique et la Chine communiste.

    Entre 1952 et 1953, les relations entre les États-Unis et l'Union soviétique étaient tendues en raison de la Guerre froide et des tensions qui en découlent. Les États-Unis avaient adopté une politique de "représailles massives", qui prévoyait une réponse nucléaire à toute attaque contre les intérêts américains. Le secrétaire d'État américain de l'époque, John Foster Dulles, avait même évoqué publiquement la possibilité d'utiliser des armes nucléaires pour dissuader les Soviétiques d'agir contre les intérêts américains. Cette politique a alimenté les craintes d'une guerre nucléaire imminente et a contribué à la course aux armements entre les deux superpuissances. La tension a culminé en 1953 avec la mort de Joseph Staline, qui a créé une certaine incertitude quant à l'avenir de l'Union soviétique et de sa politique étrangère. Cette période a également vu la fin de la guerre de Corée, qui a eu des répercussions sur les relations entre les États-Unis et la Chine communiste.

    1953 et 1958 : détente

    La mort de Staline en 1953 a en effet marqué une étape importante dans la Guerre froide, en particulier en Europe de l'Est. Elle a entraîné une certaine détente dans les relations entre les deux blocs, mais aussi des tensions internes au sein du bloc communiste, notamment avec la succession de Staline. Concernant la guerre de Corée, l'armistice de 1953 a effectivement mis fin aux combats et a divisé le pays en deux, avec la Corée du Nord soutenue par l'URSS et la Chine communiste, et la Corée du Sud soutenue par les États-Unis. Cela a créé une situation de tension persistante dans la région, qui perdure encore aujourd'hui.

    Entre 1953 et 1958, il y a eu un assouplissement des relations entre les États-Unis et l'Union soviétique, qui ont été marquées par une détente relative, appelée la période de "coexistence pacifique". Cette période a commencé après la mort de Joseph Staline en 1953, qui a été remplacé par Nikita Khrouchtchev. Les États-Unis ont adopté une approche plus conciliante envers l'Union soviétique pendant cette période, avec la mise en place de politiques d'engagement plutôt que de confrontation. Les deux pays ont travaillé ensemble pour tenter de résoudre les conflits internationaux et de prévenir de nouveaux conflits, en particulier dans la crise de Berlin. Les négociations ont également commencé pour la limitation des armements et la réduction des tensions entre les deux superpuissances. Cette période a vu la signature de plusieurs accords importants, notamment le Traité de paix japonais de 1956, qui a mis fin à l'état de guerre entre l'Union soviétique et le Japon. Cependant, la période de coexistence pacifique a pris fin en 1958 avec la crise de Berlin et la montée des tensions entre les deux superpuissances. Les relations entre les États-Unis et l'Union soviétique ont continué de fluctuer au fil des décennies suivantes, mais cette période a été un moment de relative détente et de coopération.

    En 1955, l'Union soviétique et plusieurs autres pays d'Europe de l'Est ont signé le Pacte de Varsovie, une alliance militaire en réponse à la création de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) par les États-Unis et leurs alliés en 1949. Le Pacte de Varsovie a été créé pour renforcer la coopération militaire et politique entre les pays socialistes de l'Europe de l'Est, et pour faire face à la menace perçue de l'OTAN. Le traité a été signé par l'Union soviétique, l'Albanie, la Bulgarie, la Tchécoslovaquie, la RDA, la Hongrie, la Pologne et la Roumanie. Le Pacte de Varsovie a créé une force militaire combinée et un commandement centralisé, sous le contrôle de l'Union soviétique. Il a également établi une coopération en matière de défense et de sécurité entre les pays membres, notamment en matière de renseignement, de logistique et de formation. Le Pacte de Varsovie a renforcé la division de l'Europe en deux blocs rivaux pendant la Guerre froide et a contribué à intensifier la course aux armements entre l'Est et l'Ouest. Cette alliance militaire est restée active jusqu'à la chute du Mur de Berlin en 1989 et la dissolution de l'Union soviétique en 1991.

    1958 – 1962 : il y a un regain de tension lié à la crise de Berlin

    Entre 1958 et 1962, la tension entre les États-Unis et l'Union soviétique a connu un regain de tension en grande partie lié à la crise de Berlin.

    En 1958, le dirigeant soviétique Nikita Khrouchtchev a lancé un ultimatum aux Occidentaux, exigeant le retrait des troupes américaines et des forces de l'OTAN de Berlin-Ouest et leur intégration à la République démocratique allemande (RDA) sous contrôle soviétique. Les alliés occidentaux ont refusé cette demande, conduisant à une escalade des tensions et à la construction du Mur de Berlin en 1961, qui a séparé physiquement la ville et enfermé les Berlinois de l'Est. La crise de Berlin a été suivie par la crise des missiles de Cuba en 1962, qui a été considérée comme l'un des moments les plus dangereux de la Guerre froide. L'Union soviétique avait installé des missiles nucléaires à Cuba, à seulement 145 km des côtes américaines, ce qui a provoqué une crise diplomatique majeure entre les deux pays. Les États-Unis ont imposé un blocus naval de Cuba pour empêcher l'Union soviétique de continuer à acheminer des missiles vers l'île, ce qui a finalement conduit à un accord de compromis où l'Union soviétique a retiré ses missiles de Cuba en échange de la promesse des États-Unis de ne pas envahir l'île.

    1962 – 1981 : dégel des relations

    Après la crise de Cuba en 1962, les États-Unis et l'Union soviétique ont réalisé la nécessité de réduire les tensions et de travailler ensemble pour éviter une escalade dangereuse. Les deux superpuissances ont pris des mesures pour renforcer la sécurité et la stabilité internationales, notamment par la signature du traité de non-prolifération des armes nucléaires en 1968.

    Cependant, la période de dégel des relations entre les deux superpuissances était également marquée par des tensions régionales et des conflits locaux, tels que la guerre du Vietnam et la répression du Printemps de Prague en 1968.

    Les États-Unis étaient impliqués dans une guerre prolongée au Vietnam, qui a causé des pertes humaines et matérielles considérables et a suscité une forte opposition publique aux États-Unis. Pendant ce temps, l'Union soviétique a soutenu des mouvements de libération dans des pays comme l'Afghanistan, l'Angola et le Nicaragua, ce qui a entraîné des conflits régionaux et des tensions entre les deux superpuissances.

    Malgré ces tensions régionales, les États-Unis et l'Union soviétique ont continué à coopérer dans des domaines tels que la sécurité internationale, la recherche spatiale et la réduction des armes nucléaires. Cette période de détente a duré jusqu'au début des années 1980, lorsque les relations entre les deux superpuissances se sont détériorées à nouveau en raison de conflits régionaux et de la montée des tensions idéologiques.

    1981 – 1991

    L'élection de Ronald Reagan en 1981 a marqué un retour à une politique plus agressive envers l'Union soviétique. Reagan a lancé une politique appelée "l'escalade militaire", qui visait à accélérer la course aux armements avec l'Union soviétique dans le but de la pousser à la faillite.

    Cette politique s'est accompagnée d'une rhétorique de guerre froide et de la mise en place d'un bouclier de défense antimissile, appelé "Initiative de défense stratégique" ou "Guerre des étoiles". Cette initiative a suscité l'inquiétude de l'Union soviétique, qui a vu cela comme une menace pour sa sécurité nationale.

    La remontée des tensions entre les États-Unis et l'Union soviétique dans les années 1980 a également été alimentée par des conflits régionaux, tels que la guerre en Afghanistan, le soutien américain aux Contras au Nicaragua et l'invasion soviétique de l'Afghanistan. Ces conflits ont exacerbé les tensions entre les deux superpuissances et ont contribué à renforcer la logique de la guerre froide.

    Cependant, malgré les tensions, il y avait également une prise de conscience croissante de la nécessité de réduire les risques d'une guerre nucléaire. Les États-Unis et l'Union soviétique ont entamé des négociations sur le désarmement nucléaire, qui ont finalement abouti au traité INF de 1987, qui prévoyait l'élimination des missiles nucléaires à portée intermédiaire.

    Finalement, en 1991, l'Union soviétique s'est effondrée, mettant fin à la guerre froide. Cette période a marqué la fin d'une ère de tension entre les deux superpuissances et a ouvert la voie à une nouvelle ère de coopération et de relations internationales plus pacifiques.

    A partir du milieu des années 1980, l'Union soviétique a commencé à faire face à de sérieuses difficultés économiques, politiques et sociales. Le bloc soviétique a commencé à se fissurer, avec des mouvements de dissidence dans des pays tels que la Pologne et la Tchécoslovaquie. L'Union soviétique a été incapable d'empêcher ces mouvements et a dû faire face à une montée de la contestation interne.

    Lorsque Mikhaïl Gorbatchev est arrivé au pouvoir en 1985, il a lancé un programme de réformes, appelé la perestroïka, qui visait à moderniser l'économie soviétique et à introduire des éléments de démocratie et de transparence dans le système politique. Il a également lancé une politique de glasnost, qui visait à promouvoir la liberté d'expression et la transparence dans les médias.

    Cependant, ces réformes ont également suscité de fortes oppositions de la part des conservateurs et des nationalistes au sein de l'appareil d'État soviétique. La perestroïka a mis en évidence les faiblesses de l'économie soviétique et les problèmes de corruption, tandis que la glasnost a encouragé la liberté d'expression et permis de mettre en lumière les problèmes sociaux et politiques auxquels faisait face le pays.

    En fin de compte, la libéralisation de l'espace politique a conduit à une contestation et une remise en cause de l'ordre établi, qui ont mené à la chute de l'Union soviétique en 1991. Cette période a marqué la fin de la guerre froide et la fin de la bipolarité dans les relations internationales, avec l'émergence d'un nouvel ordre mondial. Cette période a également été marquée par des événements tels que la réunification de l'Allemagne, la dissolution du pacte de Varsovie et le démembrement de l'Union soviétique en plusieurs États indépendants.

    Cependant, la fin de la guerre froide ne signifie pas la fin des tensions et des conflits internationaux. De nouveaux défis et menaces ont émergé, tels que le terrorisme, la prolifération des armes de destruction massive et les conflits régionaux. Les relations entre les États-Unis et la Russie, qui ont émergé de l'Union soviétique, ont également connu des hauts et des bas au fil des ans, avec des moments de coopération et de dialogue, mais aussi de confrontation et de méfiance.

    Les champs de l’affrontement américano-russe

    La Guerre froide, qui a duré de la fin de la Seconde Guerre mondiale en 1945 jusqu'à la chute de l'Union soviétique en 1991, a été une période de tension et d'affrontement entre les États-Unis et l'Union soviétique, qui se sont affrontés sur de nombreux fronts.

    Les principaux champs de l'affrontement américano-russe durant la Guerre froide comprenaient :

    • Affrontement diplomatique : Pendant la Guerre froide, les États-Unis et l'Union soviétique ont tous deux cherché à mobiliser les pays qui se trouvaient dans leur sphère d'influence respective. Les États-Unis ont cherché à mobiliser les pays qui partageaient leur système économique et politique, tandis que l'Union soviétique a cherché à mobiliser les pays qui partageaient leur système socialiste. Les États-Unis ont créé l'Organisation du traité de l'Atlantique Nord (OTAN) en 1949, une alliance militaire entre les États-Unis, le Canada et les pays d'Europe de l'Ouest. Cette alliance avait pour but de contrer l'influence soviétique en Europe, en fournissant une défense collective contre une éventuelle agression soviétique. L'Union soviétique a répliqué en créant le Pacte de Varsovie en 1955, une alliance militaire entre l'Union soviétique et les pays d'Europe de l'Est qui étaient sous son influence. Les deux camps ont également cherché à mobiliser les pays qui n'étaient pas membres de leur alliance respective. Les États-Unis ont cherché à influencer les pays d'Amérique latine et d'Asie en offrant de l'aide économique et militaire. De leur côté, l'Union soviétique et ses alliés ont cherché à mobiliser les pays du tiers-monde en offrant de l'aide économique et en soutenant des mouvements de libération nationale. Cet affrontement diplomatique a conduit à de nombreux conflits régionaux et internationaux, ainsi qu'à une course à l'influence mondiale. Les deux camps ont cherché à renforcer leur position en mobilisant les pays qui se trouvaient dans leur sphère d'influence respective.
    • Affrontement militaire : l'affrontement militaire a été un aspect important de la Guerre froide. Les États-Unis et l'Union soviétique ont dépensé des sommes considérables pour développer et améliorer leur arsenal militaire, en particulier leurs armes nucléaires. Cependant, à partir des années 1960, les deux camps ont commencé à prendre conscience des risques que représentait la course aux armements et ont commencé à signer des traités de limitation des armements nucléaires. Les Accords SALT I (1972) et SALT II (1979) ont permis de limiter les armements nucléaires de longue portée, ce qui a contribué à réduire les tensions entre les deux superpuissances. Néanmoins, la crise des euromissiles, qui a eu lieu au début des années 1980, a remis en question ces avancées. Les États-Unis ont décidé de déployer des missiles Pershing II en Europe de l'Ouest, en réponse à la menace soviétique posée par le déploiement de missiles SS-20 en Europe de l'Est. Cette décision a suscité une forte opposition en Europe et a exacerbé les tensions entre les deux camps.
    • Affrontement idéologique : l'affrontement idéologique entre les États-Unis et l'Union soviétique pendant la Guerre froide était basé sur deux systèmes politiques différents : la démocratie libérale occidentale et le communisme soviétique. Les États-Unis ont cherché à promouvoir la démocratie libérale en tant que modèle pour le monde, en soulignant les valeurs de la liberté, de la démocratie et des droits de l'homme. De leur côté, l'Union soviétique et ses alliés ont promu le communisme, en soulignant les valeurs de l'égalité, de la solidarité et de la justice sociale. Les deux camps ont cherché à démontrer la supériorité de leur système idéologique respectif en mettant en avant leurs succès économiques et politiques, en utilisant des médias de propagande pour promouvoir leur message et en soutenant des mouvements politiques et sociaux dans d'autres pays. Cette confrontation idéologique a été particulièrement visible lors de la Guerre froide en Europe, où les deux camps ont cherché à étendre leur influence en soutenant des gouvernements et des mouvements politiques opposés les uns aux autres. Cette confrontation a également été marquée par des crises internationales, comme la crise des missiles de Cuba en 1962, qui a opposé les États-Unis et l'Union soviétique dans une confrontation directe.
    • Affrontement technologique : l'affrontement technologique a également été un aspect important de la Guerre froide entre les États-Unis et l'Union soviétique. La course à l'espace était un domaine clé de cette rivalité technologique, où chaque pays cherchait à démontrer sa supériorité en matière de technologie et de savoir-faire scientifique. Le lancement du satellite Spoutnik par l'Union soviétique en 1957 a été un moment clé de cette compétition, qui a choqué le monde occidental et démontré la puissance technologique de l'Union soviétique. L'envoi du premier homme dans l'espace par les Soviétiques avec Youri Gagarine en 1961 a également été un moment clé, qui a démontré leur avance en matière de technologie spatiale. Les États-Unis ont répondu à ces défis en lançant leur propre programme spatial, avec le lancement de la mission Apollo en 1969, qui a permis à Neil Armstrong de devenir le premier homme à marcher sur la lune. Cette réalisation a été un moment important dans la compétition spatiale et a permis aux États-Unis de reprendre l'avantage technologique dans cette course à l'espace. Au-delà de la conquête spatiale, l'affrontement technologique entre les États-Unis et l'Union soviétique s'est étendu à d'autres domaines, tels que l'armement, les communications et l'informatique. Les deux pays ont cherché à développer des technologies de pointe pour améliorer leur sécurité nationale et leur position géopolitique.

    Les zones d’affrontement

    La Guerre froide a été caractérisée par des affrontements entre les États-Unis et l'Union soviétique dans différentes zones du monde.

    • Europe : l'Europe a été le cœur de la guerre froide, en raison de sa proximité géographique avec l'Union soviétique et des intérêts stratégiques des deux superpuissances. Après la Seconde Guerre mondiale, l'Union soviétique a établi des régimes communistes dans les pays d'Europe de l'Est, tels que la Pologne, la Tchécoslovaquie et la Hongrie. Les États-Unis ont cherché à contenir l'expansion soviétique dans la région, en soutenant les mouvements anti-communistes et en créant des alliances militaires telles que l'OTAN. L'Allemagne a été l'un des principaux théâtres d'affrontement entre les deux blocs. Après la Seconde Guerre mondiale, l'Allemagne a été divisée en deux : la République fédérale d'Allemagne (RFA) à l'ouest, sous influence américaine, et la République démocratique allemande (RDA) à l'est, sous influence soviétique. Cette division a créé une frontière idéologique et physique qui a traversé l'Europe. La RFA est devenue un membre clé de l'OTAN (Organisation du traité de l'Atlantique Nord), tandis que la RDA était membre du Pacte de Varsovie, l'alliance militaire soviétique. La ville de Berlin, située en RDA, a été divisée en quatre secteurs, contrôlés par les forces militaires des États-Unis, de la Grande-Bretagne, de la France et de l'Union soviétique. La tension entre les deux blocs a culminé en 1961, lorsque le gouvernement est-allemand a érigé un mur de séparation à travers Berlin pour empêcher les Allemands de l'Est de fuir vers l'Ouest. Ce mur est devenu le symbole de la division de l'Europe pendant la guerre froide. Les deux superpuissances ont également mené une course à l'armement nucléaire en Europe, avec le déploiement de missiles nucléaires à courte portée dans les pays de l'OTAN et du Pacte de Varsovie.
    • Moyen-Orient : le Moyen-Orient a été un terrain d'affrontement pour les superpuissances pendant la guerre froide en raison de l'enjeu pétrolier. Les États-Unis et l'Union soviétique se sont engagés dans une compétition pour gagner l'influence dans la région, tout en cherchant à protéger leurs intérêts pétroliers. Dans les années 1950, l'Égypte a nationalisé le canal de Suez, qui était contrôlé par une compagnie franco-britannique. La France, la Grande-Bretagne et Israël ont envahi l'Égypte pour tenter de récupérer le canal, ce qui a provoqué une crise internationale. Les États-Unis et l'Union soviétique ont convenu de travailler ensemble pour résoudre la crise de manière pacifique et éviter une escalade qui aurait pu dégénérer en conflit mondial. Cette coopération entre les deux superpuissances a été un exemple de détente pendant la guerre froide. Cependant, il y a eu d'autres crises dans la région qui ont été plus difficiles à résoudre. Par exemple, la guerre civile au Yémen dans les années 1960 a vu l'Union soviétique soutenir les forces pro-communistes, tandis que les États-Unis soutenaient les forces royalistes. La guerre israélo-arabe de 1967 a également impliqué les deux superpuissances, les États-Unis soutenant Israël tandis que l'Union soviétique soutenait les pays arabes.
    • Afrique : l'Afrique a été un terrain d'affrontement entre les superpuissances pendant la guerre froide. Jusqu'à la fin des années 1950, l'Afrique était en grande partie sous domination coloniale européenne. Au début des années 1960, de nombreux pays africains ont accédé à l'indépendance, créant ainsi un terrain d'affrontement pour les superpuissances. Dans les années 1960 et 1970, les États-Unis et l'Union soviétique se sont engagés dans une compétition pour gagner l'influence dans de nombreux pays africains nouvellement indépendants. À partir du début des années 1960, ces pays ont commencé à accéder à l'indépendance et ont ainsi ouvert la voie à des rivalités idéologiques entre les États-Unis et l'Union soviétique. Au Zaïre (aujourd'hui République démocratique du Congo), l'arrivée de Patrice Lumumba à la présidence en 1960 a été perçue par les États-Unis comme une menace pour leurs intérêts dans la région. Les États-Unis ont alors soutenu un coup d'État militaire qui a renversé Lumumba, le faisant remplacer par un dirigeant favorable à leurs intérêts. Cette intervention a entraîné une instabilité politique et économique durable dans le pays. En Angola, la guerre civile qui a éclaté en 1975 a été alimentée par des rivalités idéologiques entre les États-Unis et l'Union soviétique. Les États-Unis ont soutenu le Mouvement populaire de libération de l'Angola (MPLA), qui était favorable à l'Union soviétique, tandis que l'Union soviétique a soutenu l'Union nationale pour l'indépendance totale de l'Angola (UNITA), qui était soutenu par les États-Unis. Cette guerre civile a duré plus de 25 ans et a causé la mort de centaines de milliers de personnes.
    • Amérique latine : L'Amérique latine a également été un théâtre d'opérations de la guerre froide, bien que dans une moindre mesure que l'Europe ou l'Asie. Les États-Unis ont cherché à éviter la propagation du communisme dans la région, en utilisant souvent des moyens controversés. En effet, l'arrivée de Fidel Castro au pouvoir à Cuba en 1959 a représenté un défi majeur pour les États-Unis dans la région. Castro a instauré un régime communiste à Cuba, ce qui a déclenché une crise majeure entre les États-Unis et l'Union soviétique, avec la crise des missiles de Cuba en 1962. Outre Cuba, les États-Unis ont cherché à contrer la propagation du communisme en Amérique latine en soutenant des dictatures militaires de droite dans certains pays de la région. Par exemple, au Chili, le gouvernement démocratiquement élu de Salvador Allende a été renversé par un coup d'État soutenu par les États-Unis en 1973, qui a installé au pouvoir le général Augusto Pinochet. De même, les États-Unis ont également soutenu les Contras au Nicaragua dans les années 1980, un groupe rebelle qui luttait contre le gouvernement sandiniste, perçu comme étant proche de l'Union soviétique. Bien que l'Amérique latine n'ait pas été une zone d'affrontement majeure entre les États-Unis et l'Union soviétique, la région a connu de nombreuses interventions américaines visant à contrer la propagation du communisme, y compris le soutien à des régimes autoritaires et l'utilisation de moyens controversés.
    • L'Asie : L'Asie a été un théâtre d'opérations de la guerre froide très important, et cela a eu des répercussions majeures sur la région. Les deux superpuissances ont cherché à étendre leur influence en Asie, et cela a conduit à des conflits et des tensions dans la région. Le conflit en Corée, qui a commencé en 1950, est l'un des exemples les plus marquants de l'affrontement entre les États-Unis et l'Union soviétique en Asie. La guerre a opposé les forces nord-coréennes soutenues par l'Union soviétique et la Chine communiste aux forces sud-coréennes soutenues par les États-Unis et leurs alliés. La guerre de Corée s'est terminée en 1953 par un cessez-le-feu, laissant la péninsule coréenne divisée entre un nord communiste et un sud non communiste. En outre, la guerre du Vietnam, qui a commencé dans les années 1950, a également été un conflit majeur entre les deux superpuissances en Asie. Les États-Unis ont soutenu le gouvernement sud-vietnamien dans sa lutte contre le Front national de libération du Vietnam (FNL), soutenu par l'Union soviétique et la Chine communiste. En dehors de ces deux conflits majeurs, l'Asie a également connu des tensions et des conflits dans d'autres régions, notamment en Afghanistan, en Indonésie et en Indochine. Les deux superpuissances ont également cherché à étendre leur influence en Asie du Sud-Est, où elles ont soutenu différents mouvements politiques et militaires. L'Asie a été une zone d'affrontement majeure de la guerre froide, avec des conséquences importantes pour la région. Les conflits en Corée et au Vietnam ont laissé des cicatrices durables, et la guerre en Afghanistan a eu des répercussions qui se font encore sentir aujourd'hui.

    La guerre froide a été un conflit mondial, avec des zones d'affrontement dans toutes les régions du monde. Bien que les principaux théâtres d'opération aient été en Europe, en Asie et dans les Amériques, les deux superpuissances se sont également affrontées en Afrique et au Moyen-Orient. Cela s'est manifesté par des conflits ou des tensions dans différents pays, tels que la guerre en Corée, la crise des missiles de Cuba, la guerre du Vietnam, les conflits en Angola et au Mozambique, les guerres civiles en Amérique latine et les conflits en Afghanistan. Ces conflits ont souvent impliqué des acteurs locaux qui poursuivaient leurs propres objectifs, mais qui étaient soutenus et manipulés par les deux superpuissances dans leur lutte pour l'influence mondiale. La guerre froide a eu des répercussions majeures sur le monde entier, façonnant la politique, la culture et la société dans de nombreuses régions du monde.

    Zoom sur un conflit de Guerre froide : le Vietnam

    Le conflit vietnamien a été un des conflits les plus longs et les plus sanglants de la Guerre froide. Il a opposé les forces communistes du Vietnam du Nord soutenues par l'Union soviétique et la Chine, aux forces sud-vietnamiennes soutenues par les États-Unis et d'autres pays occidentaux.

    Le conflit a commencé en 1946, après la fin de la colonisation française de l'Indochine. Les forces communistes, menées par le leader charismatique Ho Chi Minh, ont pris le contrôle du nord du pays et ont proclamé la République démocratique du Vietnam, tandis que les forces pro-occidentales ont établi la République du Vietnam au sud. Le conflit a été alimenté par les tensions de la Guerre froide. Les États-Unis ont craint que la victoire des communistes au Vietnam ne conduise à une propagation du communisme dans toute l'Asie, tandis que l'Union soviétique et la Chine ont cherché à étendre leur influence dans la région. Les États-Unis ont intensifié leur intervention dans le conflit dans les années 1960, envoyant des troupes pour aider les forces sud-vietnamiennes et bombardant le nord du Vietnam. Malgré leur supériorité technologique et militaire, les États-Unis n'ont pas réussi à vaincre les forces communistes.

    Le conflit a pris fin en 1975, lorsque les forces communistes ont capturé Saigon, la capitale du Sud Vietnam, mettant fin à la guerre. Le pays a été réunifié sous le régime communiste du Vietnam du Nord, et les États-Unis ont subi une défaite humiliante. Le conflit vietnamien a eu des conséquences importantes pour les États-Unis, qui ont subi une perte de confiance dans leur leadership mondial et ont été contraints de repenser leur politique étrangère. Pour le Vietnam, le conflit a laissé des cicatrices profondes, notamment en raison de l'utilisation de l'agent orange et d'autres armes chimiques par les forces américaines, qui ont eu des effets dévastateurs sur la population vietnamienne.

    Indochine française (1913).

    Les français et la guerre d’Indochine (1945 – 1954)

    En 1940, les troupes françaises en Indochine ont été éjectées par les Japonais, qui ont occupé la région pendant la Seconde Guerre mondiale. Après la défaite japonaise en 1945, les colonisateurs européens ont tenté de rétablir leur domination sur leurs anciennes colonies en Asie. Cependant, dans certains cas, les mouvements nationalistes locaux ont utilisé la période de guerre pour renforcer leur position et obtenir l'indépendance. Cela a été le cas en Inde, où le mouvement de Gandhi a intensifié ses activités de résistance et a finalement obtenu l'indépendance en 1947.

    En Indochine, le mouvement nationaliste dirigé par Ho Chi Minh a profité de la période de guerre pour renforcer sa position et mobiliser la population vietnamienne en faveur de l'indépendance. Après la fin de la guerre, Ho Chi Minh a proclamé l'indépendance du Vietnam et a établi la République démocratique du Vietnam. Cependant, les puissances coloniales européennes, comme la France, ont cherché à rétablir leur contrôle sur leurs anciennes colonies en Asie. Les Français ont tenté de reprendre le contrôle de l'Indochine, mais ont été confrontés à une forte résistance de la part des forces nationalistes vietnamiennes.

    Le conflit entre les forces nationalistes vietnamiennes et les puissances coloniales européennes a finalement évolué en une guerre de guérilla prolongée, qui a duré plus de vingt ans et qui a été un des conflits les plus sanglants et les plus destructeurs de la Guerre froide.

    Après une série de négociations avortées, le conflit en Indochine s'est intensifié jusqu'en 1954, année qui a marqué un tournant dans le conflit. La bataille décisive de Diên Biên Phu a eu lieu en mars 1954, opposant les forces vietnamiennes dirigées par le général Vo Nguyen Giap aux forces françaises. Cette bataille a été un désastre pour les Français, qui ont subi de lourdes pertes et ont été contraints de se retirer. La défaite de Diên Biên Phu a conduit à la conférence de Genève en Suisse, où les représentants de la France, du Vietnam, du Laos et du Cambodge ont négocié un accord de paix. Cet accord a marqué la fin de la présence française en Indochine et a conduit à la division du Vietnam en deux zones, le Nord et le Sud, avec une ligne de démarcation temporaire établie au 17ème parallèle.

    L'accord de Genève a également prévu la tenue d'élections nationales unifiées pour l'ensemble du Vietnam en 1956, dans le but de réunifier le pays. Cependant, les États-Unis et le gouvernement sud-vietnamien soutenu par les États-Unis ont refusé de tenir ces élections, craignant que les communistes ne l'emportent. Cette décision a conduit à une intensification du conflit en Indochine, avec une implication croissante des États-Unis dans le conflit. Cela a finalement conduit à la guerre du Vietnam, qui a duré de 1955 à 1975 et a été l'un des conflits les plus sanglants et les plus destructeurs de la Guerre froide.

    Malgré l'accord de Genève en 1954, le conflit en Indochine n'a pas été résolu car le but des communistes vietnamiens était de conquérir l'ensemble du territoire, ce qui a mené à l'éclatement de la guerre du Vietnam. À partir du milieu des années 1950, les États-Unis, dans une logique de guerre froide, ont commencé à soutenir le gouvernement du Sud-Vietnam contre les forces communistes du Nord. Les États-Unis ont fourni une aide militaire et financière massive au gouvernement du Sud-Vietnam et ont envoyé des conseillers militaires pour aider à former les forces armées vietnamiennes. Cependant, la situation s'est rapidement détériorée, et les forces communistes du Nord ont lancé une insurrection dans le Sud-Vietnam. Les États-Unis ont répondu en envoyant des troupes au Vietnam et en intensifiant leur campagne de bombardement contre le Nord-Vietnam. Au milieu des années 1960, les États-Unis avaient environ 500 000 soldats au Vietnam, et la guerre avait éclaté en un conflit à grande échelle. Les combats ont été extrêmement violents, avec des pertes massives des deux côtés et des destructions considérables sur le territoire vietnamien.

    L’engagement américain (1965 – 1969)

    après avoir soutenu le gouvernement sud-vietnamien avec une aide militaire et financière, les États-Unis ont commencé à envoyer des conseillers militaires au Vietnam pour aider à former et à équiper les forces armées vietnamiennes. Cependant, le gouvernement sud-vietnamien dirigé par Ngo Dinh Diem a rapidement été critiqué pour sa gestion dictatoriale du pays, sa corruption et son manque d'engagement envers les aspirations d'indépendance de la population vietnamienne. Malgré cela, les États-Unis ont continué à soutenir le gouvernement de Diem, craignant que la chute de son régime ne mène à une victoire communiste dans le pays. Au fil du temps, les États-Unis ont envoyé de plus en plus de soldats au Vietnam pour combattre aux côtés des forces sud-vietnamiennes.

    Cependant, les forces communistes du Nord-Vietnam ont également intensifié leur campagne militaire, et la guerre est devenue de plus en plus brutale et coûteuse pour les deux camps. En 1969, le président américain Richard Nixon a annoncé sa politique de "Vietnamisation", qui consistait à transférer la responsabilité de la guerre aux forces sud-vietnamiennes, tout en réduisant progressivement la présence militaire américaine dans le pays.

    Pendant la guerre, l'armée américaine a été confrontée à un ennemi redoutablement efficace dans la guérilla nord-vietnamienne et les forces du Viet Cong, qui ont utilisé des tactiques de guérilla, des pièges, des tunnels et une connaissance intime du terrain pour causer des pertes importantes aux forces américaines. Le conflit a également suscité une opposition croissante aux États-Unis, alimentée par des reportages télévisés et des images graphiques de la guerre, ainsi que par une mobilisation croissante de l'opinion publique contre la conscription et la guerre elle-même. Les manifestations et les émeutes ont eu lieu dans tout le pays, avec des milliers de jeunes américains fuyant aux pays voisins pour échapper à la conscription.

    L'opposition internationale à la guerre a également été intense, avec des manifestations dans de nombreux pays, notamment en Europe et en Amérique latine. En 1968, le Tet Offensive, une campagne de guérilla surprise menée par les forces communistes, a sapé la confiance de l'opinion publique américaine dans la capacité de leur gouvernement à gagner la guerre. Face à cette opposition croissante et à la poursuite de la guerre, le président Nixon a commencé à chercher une solution diplomatique pour mettre fin à la guerre. En 1973, les accords de paix de Paris ont été signés, mettant fin à l'engagement militaire direct des États-Unis au Vietnam.

    Vers la solution (1969 – 1975)

    Après l'échec de l'escalade militaire américaine dans les années 1960, les États-Unis ont commencé à chercher une solution diplomatique pour mettre fin à la guerre. Le président Nixon a lancé une politique de "vietnamisation", qui impliquait la formation et l'équipement des forces armées sud-vietnamiennes afin qu'elles puissent prendre en charge la lutte contre les communistes.

    En 1973, les accords de paix de Paris ont été signés, mettant fin à l'engagement militaire direct des États-Unis au Vietnam. Les troupes américaines ont commencé à se retirer, laissant la responsabilité de la guerre aux forces armées sud-vietnamiennes. Cependant, la guerre n'a pas pris fin, les forces communistes ont continué à avancer vers le Sud, et en 1975, les forces nord-vietnamiennes ont lancé une offensive décisive qui a conduit à la chute de Saigon, la capitale du Sud-Vietnam, et à la réunification du pays sous un régime communiste.

    L'engagement américain dans la guerre du Vietnam a duré près de 20 ans et a coûté la vie à plus de 58 000 soldats américains, ainsi qu'à des centaines de milliers de civils vietnamiens et de combattants des deux camps. Le conflit est considéré comme l'une des guerres les plus controversées et les plus traumatisantes de l'histoire américaine.

    Le conflit du Vietnam a connu plusieurs phases et évolutions, reflétant les enjeux géopolitiques et idéologiques de l'époque. Il a commencé comme un conflit de décolonisation, lorsque les Vietnamiens ont lutté pour leur indépendance contre les Français. Cette lutte a finalement abouti à la division du pays en deux, avec un gouvernement communiste au Nord et un gouvernement soutenu par l'Occident au Sud. Le conflit s'est ensuite transformé en un conflit idéologique de la guerre froide, alors que les États-Unis ont cherché à endiguer la propagation du communisme en Asie en soutenant le Sud-Vietnam. Les forces communistes soutenues par le Nord ont cherché à unifier le pays sous un régime communiste. Enfin, le conflit s'est vietnamisé avec la réunification du Vietnam sous un régime communiste en 1975, qui a mis fin à la présence militaire américaine directe et à la guerre. Cette évolution a montré que les Vietnamiens étaient capables de prendre en charge leur propre destin et de réunifier leur pays, après des années de conflit, de division et de souffrance.

    Ainsi, le conflit du Vietnam est un exemple de la complexité des conflits modernes, qui peuvent évoluer et changer de nature au fil du temps, reflétant les enjeux politiques, économiques et idéologiques de l'époque.

    L’équilibre de la terreur et ses conséquences

    La guerre froide a été caractérisée par un équilibre de la terreur, également appelé « dissuasion nucléaire ». Les États-Unis et l'Union soviétique avaient tous deux développé une capacité de frappe nucléaire massive, et chacun avait suffisamment d'armes nucléaires pour détruire l'autre plusieurs fois. Ce fait a créé une situation où les deux superpuissances étaient en mesure de se détruire mutuellement en cas d'attaque nucléaire, ce qui a rendu les deux parties très prudentes dans leur comportement et leur politique étrangère.

    En effet, l'idée derrière la dissuasion nucléaire était qu'aucune des deux parties n'utiliserait l'arme nucléaire, sachant que cela entraînerait une destruction mutuelle assurée. Les deux pays ont donc opté pour une politique de retenue et de négociation plutôt que de conflit direct. Cela a également conduit à une course à l'armement nucléaire continue entre les deux pays, chacun cherchant à maintenir une supériorité stratégique sur l'autre. Cet équilibre de la terreur a également eu des conséquences importantes. Tout d'abord, la menace d'une guerre nucléaire à grande échelle a créé une atmosphère de peur et d'insécurité, avec des conséquences psychologiques graves pour les populations des deux pays et pour le reste du monde. En outre, l'armement nucléaire a été extrêmement coûteux, drainant des ressources importantes des deux pays et de leurs économies. Enfin, l'équilibre de la terreur a conduit à des crises régionales et à des conflits par procuration, où les deux parties ont soutenu des camps opposés dans des conflits tels que la guerre du Vietnam ou la guerre d'Afghanistan. Dans ces situations, la dissuasion nucléaire n'était pas un facteur important, mais la rivalité idéologique et la compétition pour l'influence étaient très présentes.

    Les États-Unis ont été les premiers à développer et à utiliser l'arme nucléaire, larguant des bombes atomiques sur Hiroshima et Nagasaki en août 1945. À cette époque, les États-Unis étaient les seuls à posséder l'arme nucléaire, ce qui leur conférait un avantage stratégique important dans le contexte de la guerre froide naissante. Cependant, dès 1949, l'Union soviétique a réussi à mettre au point sa propre arme nucléaire, devenant ainsi la deuxième puissance nucléaire au monde. Cela a créé une course aux armements nucléaires entre les deux superpuissances, chacune cherchant à développer des armes plus puissantes et plus sophistiquées que l'autre. Au fil du temps, d'autres pays ont également développé des armes nucléaires, tels que la Chine, la France, le Royaume-Uni et Israël, entre autres. Cette prolifération nucléaire a augmenté les risques de guerre nucléaire et a également compliqué les relations internationales, car les États non nucléaires cherchent souvent à acquérir cette technologie pour renforcer leur position sur la scène mondiale.

    La question de l'utilisation de l'arme nucléaire a été un sujet de débat important tout au long de la guerre froide, et cela s'est manifesté dès le début du conflit en Corée. En 1950, le général MacArthur, qui commandait les forces américaines en Corée, a proposé d'utiliser des armes nucléaires contre les forces nord-coréennes et chinoises qui avaient envahi la Corée du Sud. Bien que le président Truman ait rejeté cette proposition, elle a montré que les militaires américains envisageaient sérieusement l'utilisation de l'arme nucléaire comme moyen de vaincre les ennemis des États-Unis.[5] Au fil du temps, la question de l'utilisation de l'arme nucléaire est devenue de plus en plus délicate, car l'ampleur de la destruction que cette arme peut causer est devenue de plus en plus évidente. Les États-Unis et l'Union soviétique ont donc cherché à trouver des moyens de dissuader l'autre partie d'utiliser des armes nucléaires, en développant la doctrine de la dissuasion nucléaire, qui reposait sur la menace de représailles massives en cas d'utilisation de l'arme nucléaire. Malgré cela, il y a eu des moments de tension extrême au cours de la guerre froide où l'utilisation de l'arme nucléaire semblait imminente, comme lors de la crise des missiles de Cuba en 1962. Heureusement, grâce à des négociations et à la diplomatie, la crise a été résolue sans recourir à l'arme nucléaire, mais cela a souligné la gravité de la menace nucléaire dans le contexte de la guerre froide.

    Même si la question de l'emploi de l'arme nucléaire par les États-Unis et l'Union soviétique a cessé d'être aussi brûlante dans les années 1960, la course aux armements nucléaires et la prolifération de l'arme nucléaire ont créé une situation d'équilibre de la terreur persistante. En effet, à partir du milieu des années 1950, d'autres pays ont commencé à se doter de l'arme nucléaire, notamment la France et la Chine. Cette prolifération nucléaire a complexifié davantage la situation de la guerre froide, car il y avait désormais plusieurs puissances nucléaires qui pouvaient potentiellement s'engager dans des conflits avec des conséquences désastreuses pour l'humanité. De plus, la France et la Chine ont adopté des politiques nucléaires indépendantes de celles des États-Unis et de l'Union soviétique, ce qui a créé des tensions supplémentaires dans les relations internationales. Par exemple, la France a développé sa propre force de dissuasion nucléaire, basée sur des armes nucléaires tactiques et stratégiques, afin de renforcer sa position sur la scène internationale.

    L'existence de l'arme nucléaire peut être considérée comme un facteur de paix dans la mesure où elle oblige les puissances nucléaires à chercher des moyens de limiter les risques de conflit nucléaire. Cette situation a ainsi incité les protagonistes de la guerre froide à chercher des moyens de dialoguer et de trouver des solutions pacifiques à leurs conflits. Le traité de non-prolifération nucléaire, signé en 1968 et entré en vigueur en 1970, est un exemple de ce type de mesure prise pour limiter la prolifération de l'arme nucléaire. Ce traité a été signé par la plupart des pays du monde, et a pour but d'empêcher la prolifération de l'arme nucléaire en limitant son développement aux cinq pays reconnus comme des puissances nucléaires (les États-Unis, la Russie, la Chine, la France et le Royaume-Uni). Le traité de non-prolifération nucléaire est un exemple de l'importance du dialogue et de la coopération internationale pour éviter les conflits nucléaires. En effet, l'existence de l'arme nucléaire oblige les pays à s'engager dans une diplomatie intensive pour réguler son usage et ses effets, dans le but de maintenir la paix et la sécurité internationales.

    Pendant la guerre froide, il y a eu un double mouvement de surarmement de la part des deux superpuissances, les États-Unis et l'Union soviétique. Cependant, ce mouvement a également été accompagné d'un dialogue et d'une négociation, dans le but de limiter les risques de conflit nucléaire. Ainsi, en plus du traité de non-prolifération nucléaire, il y a eu plusieurs accords de limitation des armements nucléaires entre les États-Unis et l'Union soviétique. Par exemple, en 1972, les deux pays ont signé le traité SALT I (Strategic Arms Limitation Treaty), qui limitait le nombre de missiles balistiques intercontinentaux et de lanceurs de missiles que les deux pays pouvaient posséder. En 1987, les deux pays ont également signé le traité INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), qui interdisait les missiles à portée intermédiaire basés à terre. Ces traités ont montré que les deux superpuissances étaient capables de négocier et de coopérer sur des questions de sécurité nucléaire, malgré leur rivalité idéologique et leur rivalité géopolitique. Cette coopération a permis de réduire les risques de conflit nucléaire et de stabiliser les relations entre les deux pays.

    Dès le début des années 1950, la société civile a commencé à contester l'utilisation de l'énergie nucléaire, en particulier pour des fins militaires. Les scientifiques ont joué un rôle important dans ce mouvement, car ils étaient conscients des risques potentiels de l'énergie nucléaire et de son utilisation à des fins militaires. Le mouvement Pugwash, créé en 1955 par un groupe de scientifiques, dont Albert Einstein et Bertrand Russell, était une organisation internationale qui cherchait à promouvoir le désarmement nucléaire et à réduire les tensions internationales. Cette organisation a contribué à mettre en avant les risques environnementaux liés à l'utilisation de l'énergie nucléaire et a joué un rôle important dans la mobilisation de l'opinion publique contre les essais nucléaires et la prolifération des armes nucléaires. Dans les années 1960, le mouvement anti-nucléaire s'est intensifié, avec des manifestations et des mouvements de protestation dans de nombreux pays. Les manifestations les plus connues ont été celles contre les essais nucléaires français dans le Pacifique, ainsi que les mouvements contre l'utilisation de l'énergie nucléaire à des fins civiles. Ce mouvement a contribué à sensibiliser l'opinion publique sur les risques liés à l'utilisation de l'énergie nucléaire, en particulier en termes de sécurité et de risques environnementaux. Ces préoccupations ont conduit à la mise en place de normes de sécurité plus strictes pour l'utilisation de l'énergie nucléaire, ainsi qu'à une réflexion sur les alternatives énergétiques et les moyens de réduire la dépendance à l'énergie nucléaire.

    Les nouveaux protagonistes des Relations Internationales

    L’émergence des tiers mondes

    L'émergence des tiers mondes est un concept qui est né de la guerre froide et de la division du monde en deux blocs, dirigés respectivement par les États-Unis et l'Union soviétique. Les pays qui ne faisaient pas partie de ces deux blocs étaient considérés comme des "tiers mondes".

    Ces pays avaient des caractéristiques communes, telles que leur histoire coloniale, leur faible développement économique et leur dépendance à l'égard des puissances industrielles. Les pays du tiers monde ont également subi les conséquences de la guerre froide, avec des interventions militaires et des conflits locaux encouragés ou soutenus par les deux superpuissances.

    Le mouvement des non-alignés a été créé pour réunir les pays du tiers monde et pour promouvoir une politique étrangère indépendante, à l'abri des pressions des deux blocs. La conférence de Bandung en 1955 a été un moment clé dans l'histoire du mouvement, car elle a réuni les leaders de nombreux pays du tiers monde, notamment l'Inde, la Chine, l'Indonésie et l'Égypte.

    Depuis lors, le mouvement des non-alignés a continué à jouer un rôle important dans la politique internationale, en particulier dans les domaines de la décolonisation, du développement économique et de la promotion de la paix et de la coopération internationales.

    La montée de la Chine

    La Chine est un pays qui a connu une évolution politique et économique importante depuis la fin de la Seconde Guerre mondiale. Après avoir établi un régime communiste en 1949 sous la direction de Mao Zedong, la Chine a commencé à rompre avec l'Union soviétique dans les années 1950 en raison de divergences idéologiques.

    Au lieu de suivre le modèle soviétique de développement économique et politique, la Chine a adopté une voie plus indépendante, axée sur l'agriculture et la collectivisation des terres. Dans les années 1960, sous la direction de Mao, la Chine a lancé la Révolution culturelle, une période de changement radical dans laquelle des millions de personnes ont été envoyées dans des camps de rééducation et des institutions ont été démantelées.

    Cependant, à partir des années 1970, la Chine a commencé à adopter des politiques économiques plus ouvertes et a commencé à se tourner vers le marché mondial pour stimuler sa croissance économique. Les réformes économiques ont été lancées sous la direction de Deng Xiaoping et ont été largement couronnées de succès, conduisant à une croissance rapide du PIB et à l'émergence d'une classe moyenne en Chine.

    Aujourd'hui, la Chine est considérée comme l'une des économies les plus importantes au monde et est en train de devenir une puissance mondiale majeure, avec des ambitions géopolitiques et économiques importantes.

    Des conflits de frontières ont surgi entre l'Union soviétique et la Chine au fil des ans, créant une « petite Guerre froide » entre les deux pays. Les tensions ont commencé à s'accumuler dans les années 1950, lorsque la Chine a commencé à s'opposer aux politiques soviétiques en matière de relations internationales et de politique étrangère.

    Les tensions ont culminé dans les années 1960, lorsque des combats ont éclaté le long de la frontière sino-soviétique, entraînant des pertes en vies humaines et la rupture des relations diplomatiques entre les deux pays en 1969. La Chine a également critiqué les politiques soviétiques en Europe de l'Est et en Asie, affirmant que l'Union soviétique était un impérialiste qui cherchait à dominer les autres pays communistes.

    La rupture entre l'Union soviétique et la Chine a eu des répercussions importantes sur la politique internationale de l'époque, car elle a créé un nouvel équilibre des pouvoirs en Asie et a contribué à l'isolement de la Chine sur la scène internationale. La Chine a finalement normalisé ses relations avec l'Union soviétique dans les années 1980, mais les relations entre les deux pays sont restées tendues jusqu'à la fin de la guerre froide.

    A mesure que la Chine s'est éloignée de l'Union soviétique, elle a cherché à s'aménager un espace politique dans l'arène internationale. Cela a été symbolisé par plusieurs événements importants, tels que l'attribution du siège de membre permanent au Conseil de sécurité de l'ONU à la Chine continentale en 1971, au détriment de Taïwan, qui était alors reconnue par de nombreux pays comme le représentant légitime de la Chine.

    Le rapprochement diplomatique entre la Chine et les États-Unis a également joué un rôle clé dans la stratégie de la Chine pour se positionner sur la scène internationale. La visite historique du président américain Richard Nixon en Chine en 1972 a permis de normaliser les relations diplomatiques entre les deux pays, après des années de tensions liées à la guerre froide.

    Ce rapprochement a été favorisé par des intérêts communs, tels que la nécessité de contenir l'Union soviétique et de promouvoir la stabilité en Asie. Depuis lors, les relations entre la Chine et les États-Unis ont été complexes, caractérisées par des périodes de coopération et de confrontation.

    Aujourd'hui, la relation sino-américaine est l'un des enjeux majeurs de la politique internationale, avec des tensions croissantes sur des questions telles que le commerce, la sécurité et les droits de l'homme.

    La prise d'indépendance et la diplomatie autonome de la Chine ont été des éléments clés de son développement en tant que puissance mondiale. Après des décennies de domination étrangère et de guerres civiles, la Chine a adopté une politique de réforme et d'ouverture dans les années 1970, qui a permis à son économie de se développer rapidement et de s'ouvrir au commerce mondial.

    Cette politique a également donné lieu à une diplomatie plus active et autonome, dans laquelle la Chine a cherché à défendre ses propres intérêts et à promouvoir ses valeurs sur la scène internationale. La Chine a développé des relations diplomatiques avec un large éventail de pays et a cherché à jouer un rôle plus actif dans les organisations internationales, telles que l'Organisation mondiale du commerce, le Fonds monétaire international et les Nations unies.

    La Chine a également cherché à promouvoir sa propre vision du monde, qui met l'accent sur le respect de la souveraineté nationale, la non-ingérence dans les affaires intérieures des autres pays et la coopération mutuellement avantageuse. Cette vision a été reflétée dans l'initiative chinoise de la Ceinture et de la Route, qui vise à renforcer les liens économiques et commerciaux entre la Chine et les pays d'Asie, d'Europe et d'Afrique.

    Europe

    La création de la Communauté économique européenne en 1957 a été une étape clé dans la construction de l'Europe en tant qu'espace économique intégré. Cette communauté, qui est devenue plus tard l'Union européenne, a permis aux pays européens de travailler ensemble pour développer leur économie et renforcer leur influence sur la scène internationale.

    Cependant, l'Europe a eu du mal à se créer un espace politique propre et à s'affirmer en tant que puissance sur la scène internationale. Malgré des avancées significatives dans l'intégration économique, l'Europe a eu du mal à se mettre d'accord sur des politiques communes dans des domaines tels que la défense, la sécurité et les affaires étrangères. Cela a limité la capacité de l'Europe à peser sur les affaires mondiales et à faire face aux défis internationaux tels que la concurrence économique et la menace du terrorisme.

    Néanmoins, l'Europe a progressivement renforcé sa coopération en matière de politique étrangère et de défense, avec la création de l'Union européenne et la mise en place d'une politique étrangère et de sécurité commune. L'Europe a également travaillé à renforcer sa coopération économique avec d'autres pays et régions du monde, notamment avec l'Asie, l'Afrique et l'Amérique latine.

    Bien que la guerre froide ait été une force structurante dans les relations internationales de l'après-guerre, elle n'a pas écrasé les autres dynamiques qui étaient à l'œuvre à cette époque.

    La question des pays non alignés était une force importante dans les relations internationales de l'époque. Ces pays cherchaient à s'affirmer en tant qu'acteurs indépendants sur la scène internationale et à éviter d'être pris dans le conflit entre les États-Unis et l'URSS. Le mouvement des non-alignés a été symbolisé par la conférence de Bandung en 1955, où des pays d'Asie et d'Afrique ont cherché à promouvoir leur coopération et leur indépendance vis-à-vis des deux superpuissances.

    La politique indépendante menée par la Chine a également été un facteur important dans les relations internationales de l'époque. La Chine a cherché à développer son propre modèle politique et économique, indépendamment de l'URSS et des États-Unis, et a joué un rôle important dans la construction de l'Asie postcoloniale.

    Enfin, la construction européenne a également été un facteur important dans les relations internationales de l'après-guerre. L'Europe a cherché à se construire en tant qu'espace politique et économique indépendant, capable de peser sur la scène internationale et de défendre ses intérêts face aux superpuissances.

    Le conflit israélo-arabe : logiques globales et logiques locales

    Plan de partage de 1947 - Voir aussi carte détaillée (ONU).

    Le conflit israélo-arabe est un conflit complexe qui a des racines profondes et diverses. Il peut être abordé à la fois à travers une perspective globale, en le situant dans le contexte de la guerre froide, et à travers une perspective locale, en se concentrant sur les facteurs spécifiques qui ont contribué à sa genèse et à son développement.

    La guerre froide a eu une influence majeure sur le conflit israélo-arabe. Les États-Unis et l'Union soviétique ont cherché à étendre leur influence dans la région, en soutenant respectivement Israël et les pays arabes. Lorsque les États-Unis ont commencé à fournir des armes et de l'aide économique à Israël dans les années 1950, l'Union soviétique a répondu en fournissant des armes et de l'aide économique aux pays arabes. Cette rivalité a contribué à alimenter les tensions et les conflits dans la région.

    Les origines du conflit israélo-arabe remontent bien avant la guerre froide. Dès la fin du XIXe siècle, des mouvements sionistes se sont développés en Europe, en réaction aux persécutions dont étaient victimes les Juifs en Europe de l'Est, en particulier en Russie tsariste. Ces mouvements prônaient la création d'un foyer national juif en Palestine, alors sous domination ottomane.

    La désintégration de l'Empire ottoman après la Première Guerre mondiale a créé une situation complexe dans la région. Les frontières des nouveaux États qui ont émergé n'ont souvent pas été déterminées en fonction des affiliations ethniques ou religieuses des populations locales, ce qui a entraîné des tensions intercommunautaires et des conflits. En outre, le développement d'un foyer national juif en Palestine a créé des tensions supplémentaires dans la région. Les nationalistes arabes locaux ont perçu l'immigration juive en Palestine comme une menace pour leur propre indépendance et ont cherché à s'opposer à cette présence. Cela a entraîné des affrontements violents entre les communautés juive et arabe en Palestine, qui ont été exacerbés par les rivalités entre les mouvements nationalistes arabes locaux. En fin de compte, le conflit israélo-arabe a été alimenté par une combinaison de facteurs, notamment l'héritage de la domination ottomane, les rivalités entre les mouvements nationalistes arabes locaux, le développement d'un foyer national juif en Palestine, et les enjeux de la guerre froide. Cette complexité a rendu difficile la résolution pacifique et durable du conflit et a contribué à l'instabilité politique dans la région.

    Après la Première Guerre mondiale et la chute de l'Empire ottoman, la région a été placée sous mandat britannique. Les autorités britanniques ont promis de soutenir la création d'un foyer national juif en Palestine, tout en promettant également de respecter les droits des Arabes locaux. Cependant, ces promesses se sont avérées difficiles à tenir, et les tensions ont commencé à monter entre les communautés juive et arabe. La déclaration Balfour de 1917 a eu un impact majeur sur le développement du nationalisme juif en Palestine. Cette déclaration, émise par le gouvernement britannique pendant la Première Guerre mondiale, a promis de soutenir la création d'un foyer national juif en Palestine, tout en garantissant les droits civils et religieux des communautés non-juives dans la région. La déclaration Balfour a été largement interprétée comme une promesse britannique de soutenir la création d'un État juif en Palestine, ce qui a donné une impulsion supplémentaire au développement du mouvement sioniste. Toutefois, les promesses de la déclaration Balfour étaient contradictoires avec les engagements britanniques antérieurs envers les Arabes locaux, qui avaient également revendiqué la souveraineté sur la région. La déclaration Balfour a donc contribué à alimenter les tensions entre les communautés juive et arabe en Palestine, en soulevant des questions sur la légitimité des revendications territoriales des deux côtés. Ces tensions ont finalement conduit à la guerre israélo-arabe de 1948, qui a marqué le début d'un conflit qui se poursuit jusqu'à nos jours.

    Le nationalisme arabe a également commencé à se développer au début du XXe siècle, en réaction à la domination de l'Empire ottoman et à la présence occidentale dans la région. L'Empire ottoman, qui avait gouverné la région pendant des siècles, était perçu comme un régime autoritaire et oppressif par les populations arabes locales. Les mouvements nationalistes arabes ont donc commencé à émerger pour revendiquer l'indépendance et l'autodétermination des pays arabes. En outre, la présence des puissances européennes dans la région, en particulier la Grande-Bretagne et la France, a également contribué à alimenter le nationalisme arabe. Les Arabes locaux ont vu les Européens comme des colonisateurs qui cherchaient à exploiter les ressources de la région et à maintenir leur domination politique. Le nationalisme arabe a été nourri par des figures clés, telles que Gamal Abdel Nasser en Égypte, qui ont appelé à l'unité et à la libération de la région des puissances étrangères. Cela a conduit à des mouvements pan-arabes qui ont cherché à unir les pays arabes dans une seule entité politique. Cependant, les aspirations nationalistes arabes ont également été mises en échec par les rivalités entre les pays arabes et les divisions internes. Ces facteurs ont contribué à l'instabilité politique dans la région, qui a été exacerbée par la création de l'État d'Israël en 1948.

    Dans les années qui ont suivi la Seconde Guerre mondiale, les Nations unies ont proposé un plan de partage de la Palestine en deux États, l'un juif et l'autre arabe. Les dirigeants juifs ont accepté ce plan, mais les dirigeants arabes l'ont rejeté, considérant que cela ne leur donnait pas suffisamment de territoire. Cela a conduit à la guerre israélo-arabe de 1948, qui a abouti à la création de l'État d'Israël et à l'exode de centaines de milliers de Palestiniens.

    Il est important de souligner qu'il n'y a pas un nationalisme arabe unique, mais plutôt une multitude de nationalismes arabes différents qui ont émergé à travers la région. Le nationalisme arabe a en effet donné lieu à une variété de mouvements locaux, qui étaient souvent influencés par les contextes politiques et sociaux spécifiques de chaque pays. Par exemple, le nationalisme égyptien était fortement influencé par les efforts de modernisation et de développement économique menés par le gouvernement de Nasser, tandis que le nationalisme irakien était davantage axé sur la lutte contre la domination britannique dans la région. Cette pluralité de mouvements nationalistes a souvent compliqué les tentatives d'unité pan-arabe, en raison des rivalités et des divergences entre les différents mouvements et pays. Les divergences idéologiques et politiques entre les différents mouvements nationalistes arabes ont ainsi souvent empêché la mise en place d'une stratégie unitaire pour lutter contre les puissances coloniales et pour répondre aux enjeux de la région. Cela a également compliqué les relations entre les pays arabes et l'État d'Israël, qui ont souvent été perçues différemment selon les mouvements nationalistes arabes locaux. Cette complexité a donc contribué à la difficulté de trouver une solution pacifique et durable au conflit israélo-arabe.

    L'exiguïté de la région joue un rôle important dans le conflit israélo-arabe, car elle a conduit à une forte concurrence pour les ressources naturelles, en particulier l'eau. L'accès à l'eau est crucial pour la survie et le développement de chaque communauté, et les tensions ont souvent éclaté autour de la question de la gestion et du partage des ressources hydriques. En outre, l'antagonisme religieux entre les communautés juive et musulmane a également joué un rôle important dans le conflit. La région est considérée comme sainte par les trois grandes religions monothéistes, le judaïsme, le christianisme et l'islam, et les revendications concurrentes des communautés pour les lieux saints ont alimenté des tensions religieuses. De plus, la question de l'identité nationale et de la souveraineté dans la région est étroitement liée à la religion, car les revendications des deux communautés sur la terre de Palestine sont étroitement liées à leurs histoires religieuses et culturelles respectives.

    La création de l'État d'Israël en 1948 est liée à la Shoah, qui a provoqué un changement fondamental dans la façon dont les Juifs considèrent leur place dans le monde. Après la Seconde Guerre mondiale, de nombreux Juifs ont cherché refuge en Palestine, qui était alors sous mandat britannique. Cependant, l'afflux de Juifs en Palestine a suscité une forte opposition de la part des Arabes, qui ont vu cela comme une menace pour leur propre souveraineté et leur propre identité nationale. Les pays arabes voisins ont également réagi à la création de l'État d'Israël en 1948 en lançant une attaque militaire, qui a abouti à une guerre qui a duré plusieurs mois. Cette guerre a exacerbé les tensions entre les communautés juive et arabe, et a conduit à l'exode de centaines de milliers de Palestiniens qui ont fui leur foyer en raison de la guerre ou ont été expulsés par les autorités israéliennes. Depuis lors, le conflit israélo-arabe a été marqué par des décennies de violence, de négociations, de tentatives de paix et d'échecs. Les questions de souveraineté, de sécurité, de droits de l'homme, de partage des ressources naturelles et de statut des réfugiés restent des points de friction importants dans le conflit.

    Ces deux cartes résument l’évolution territoriale des conflits avec l’évolution de la question en partant du plan élaboré par la Grande-Bretagne et mise en œuvre par l’ONU.

    La documentation française.

    Le plan de partage de 1947 prévoyait la division de la Palestine en deux États distincts, l'un arabe et l'autre juif, avec Jérusalem en tant que ville internationale. Cependant, les Arabes ont rejeté ce plan, affirmant qu'il favorisait les Juifs et ne leur accordait pas suffisamment de terres.

    La guerre de 1948, également appelée la guerre israélo-arabe de 1948, a commencé peu après la proclamation de l'indépendance d'Israël en mai 1948. La guerre a abouti à une victoire israélienne, qui a étendu son territoire au-delà des frontières prévues dans le plan de partage de l'ONU. La carte de 1949 montre la situation après cette guerre, avec la Cisjordanie et la bande de Gaza occupées par la Jordanie et l'Égypte respectivement, et le reste du territoire palestinien sous le contrôle d'Israël. La guerre a également entraîné l'exode de centaines de milliers de Palestiniens de leurs foyers, qui ont été contraints de fuir vers les pays voisins ou de se réfugier dans d'autres parties de la Palestine. Cette situation a créé un problème de réfugiés qui dure encore aujourd'hui.

    La documentation française

    La guerre de Six Jours a éclaté en juin 1967, opposant Israël à l'Égypte, la Jordanie et la Syrie. Cette guerre a été provoquée par les tensions grandissantes entre Israël et les pays arabes voisins, en particulier en ce qui concerne le contrôle de Jérusalem et de la bande de Gaza. La guerre a abouti à une victoire rapide et décisive d'Israël, qui a étendu son territoire en annexant la bande de Gaza, la Cisjordanie, Jérusalem-Est et le plateau du Golan, ainsi que la péninsule du Sinaï qui avait été prise à l'Égypte. La guerre du Kippour a eu lieu en octobre 1973, lorsque l'Égypte et la Syrie ont lancé une attaque surprise contre Israël pour récupérer les territoires perdus en 1967. Bien que l'Égypte et la Syrie aient initialement obtenu des gains territoriaux, Israël a finalement réussi à repousser l'attaque et à conserver les territoires qu'il avait conquis en 1967. Depuis lors, les territoires occupés sont au cœur du conflit israélo-arabe, et leur statut demeure l'une des principales sources de tension dans la région. Les Palestiniens revendiquent la bande de Gaza et la Cisjordanie comme faisant partie de leur futur État, tandis que les Israéliens considèrent ces territoires comme faisant partie de leur patrie ancestrale. Le plateau du Golan reste également une zone de conflit entre Israël et la Syrie.

    la ligne de front n'est pas claire et nette dans le conflit israélo-arabe. D'une part, il y a les alliances des États, comme vous l'avez souligné, mais il y a aussi la complexité des acteurs locaux. Les mouvements nationalistes arabes, par exemple, ont des liens avec des mouvements de libération nationale dans d'autres parties du monde, comme le mouvement de libération nationale palestinien avec le Congrès national africain en Afrique du Sud. De plus, il y a des différences d'approche entre les pays arabes, certains préférant une approche plus modérée tandis que d'autres sont plus radicaux. En fin de compte, le conflit israélo-arabe est un conflit complexe avec de nombreux acteurs et enjeux à la fois locaux et globaux.

    On a à la fois un conflit qui est un condensé en enjeux globaux, mais qui ne s’y résume pas complètement. Si le conflit israélo-arabe recoupe les divisions de la Guerre froide, on pourrait imaginer que les États-Unis soutiennent Israël et l’URSS soutient les pays arabes. En fait, le soutien américain a été constant, par contre le soutien russe n’est pas si constant que cela. Au début, les soviétiques ont soutenu les pays arabes pour éjecter les puissances coloniales, peu à peu le soutien soviétique est devenu fluctuant avec comme enjeu l’approvisionnement pétrolier. D’une certaine façon on peut se dire que le Moyen-Orient est l’une des régions ou les États-Unis et l’URSS se sont trouvés le plus souvent en accord afin d’éviter un conflit. L’autre raison est que l’URSS a un certain nombre d’alliés, en particulier l’Égypte et la Syrie, mais ces relations vont se détériorer en particulier avec l’Égypte qui est promotrice de la troisième voie est l’une des instigatrices de la naissance du mouvement des non-alignés. La ligne de front n’est pas claire et nette.

    Le conflit israélo-arabe a été influencé par la Guerre froide, mais les positions des États-Unis et de l'URSS n'ont pas été aussi tranchées qu'on pourrait le penser. Les États-Unis ont en effet été le principal soutien d'Israël dès sa création, notamment en fournissant des armes et des aides économiques importantes. Quant à l'URSS, elle a initialement soutenu les pays arabes dans leur lutte contre les puissances coloniales, mais son soutien est devenu plus fluctuant par la suite en fonction des intérêts économiques et géopolitiques en jeu. Au cours des années 1970 et 1980, l'Union soviétique a tenté de renforcer ses liens avec les pays arabes en fournissant une aide économique et militaire importante, mais ces liens ont commencé à se détériorer avec l'Égypte après la signature des accords de paix israélo-égyptiens en 1979. Par la suite, l'URSS a perdu une grande partie de son influence dans la région, notamment avec la fin de la Guerre froide et l'effondrement de l'Union soviétique en 1991.

    La région du Moyen-Orient a été le théâtre de nombreux enjeux géopolitiques pendant la Guerre froide, où les États-Unis et l'URSS cherchaient à étendre leur influence dans la région. Cependant, malgré des divergences d'intérêts, les deux puissances ont également travaillé ensemble pour éviter une escalade du conflit israélo-arabe qui aurait pu mener à une confrontation directe entre les deux superpuissances.

    Concernant les relations entre l'URSS et ses alliés arabes, il est vrai que celles-ci ont été marquées par des fluctuations et des tensions. L'Égypte de Nasser, par exemple, a cherché à se démarquer des deux blocs et a promu la troisième voie, ce qui a créé des tensions avec l'URSS qui cherchait à étendre son influence dans la région. Cela a contribué à une certaine instabilité dans la région et à une complexification des alliances et des oppositions entre les différents acteurs du conflit israélo-arabe.

    Les enjeux locaux ont souvent été prépondérants dans le conflit israélo-arabe. Les acteurs locaux ont souvent été les plus déterminants dans les différentes étapes de ce conflit, bien que les puissances internationales aient joué un rôle important dans l'histoire de la région. Le conflit est avant tout une question de territoires et d'identités nationales. Il oppose deux peuples, les Israéliens et les Palestiniens, qui revendiquent chacun la même terre et qui ont des aspirations nationales contradictoires. Bien que les grandes puissances aient des intérêts stratégiques dans la région, elles ont rarement été capables d'imposer une solution globale au conflit.

    La fin de la Guerre froide n'a pas mis fin au conflit israélo-palestinien qui s'est en effet de plus en plus localisé. Depuis les années 1990, les négociations de paix ont alterné avec des vagues de violences entre Israël et les Palestiniens. Les accords d'Oslo de 1993, qui visaient à établir une paix durable entre les deux parties, ont été suivis de la deuxième Intifada en 2000, qui a vu une intensification des violences. Depuis, les négociations de paix ont été interrompues à plusieurs reprises, notamment en raison de l'expansion continue des colonies israéliennes en Cisjordanie et de la question de la sécurité d'Israël face aux attaques palestiniennes.

    La décolonisation

    La décolonisation est un processus historique par lequel les anciennes colonies acquièrent leur indépendance politique vis-à-vis de leurs métropoles coloniales. Ce processus s'est principalement déroulé dans les années 1950 et 1960, après la Seconde Guerre mondiale, lorsque les mouvements nationalistes ont commencé à prendre de l'ampleur dans de nombreuses régions du monde. La décolonisation a eu lieu principalement en Afrique et en Asie, mais elle a également touché d'autres régions du monde, comme les Caraïbes et le Pacifique. Les pays colonisateurs étaient principalement des puissances européennes telles que la Grande-Bretagne, la France, les Pays-Bas, l'Espagne et le Portugal. La décolonisation a eu des conséquences majeures pour les anciennes colonies et les pays colonisateurs. Elle a permis aux anciennes colonies de se libérer du joug de la domination étrangère et de prendre leur destinée en main, même si cela n'a pas toujours été facile. Pour les pays colonisateurs, la décolonisation a entraîné une perte de pouvoir et de prestige, ainsi que des bouleversements économiques et politiques.

    Le choc des deux guerres mondiales

    Les deux guerres mondiales ont profondément marqué l'histoire de la décolonisation et ont contribué à accélérer le processus de libération des peuples colonisés. La Première Guerre mondiale a sapé la crédibilité des puissances coloniales européennes, qui avaient promis aux peuples colonisés la libération en échange de leur soutien pendant la guerre. Cependant, ces promesses n'ont pas été tenues, ce qui a alimenté le ressentiment des peuples colonisés envers leurs colonisateurs. La Seconde Guerre mondiale a encore renforcé cette tendance, car elle a sapé la puissance des puissances coloniales européennes et a créé un climat favorable à la revendication de l'indépendance par les mouvements nationalistes. De plus, la guerre a créé une prise de conscience mondiale de la nécessité de mettre fin à l'impérialisme et au colonialisme, car ces phénomènes ont été considérés comme les causes profondes des conflits mondiaux. Enfin, la guerre a également créé des opportunités pour les mouvements nationalistes, car les puissances coloniales ont été contraintes de mobiliser leurs ressources pour faire face à la guerre, ce qui a affaibli leur capacité à maintenir leur emprise sur les colonies. En conséquence, de nombreux mouvements nationalistes ont profité de l'occasion pour lancer des campagnes de protestation et de résistance, qui ont finalement abouti à l'indépendance de nombreux pays colonisés.

    La différence entre les deux guerres mondiales est cruciale pour comprendre l'impact de la décolonisation. En 1918, les puissances coloniales européennes ont remporté la guerre, ce qui a renforcé leur position et leur prestige. Cependant, en 1945, les puissances coloniales européennes étaient affaiblies et n'étaient plus en mesure de diriger les affaires internationales. Les États-Unis et l'URSS sont devenus les puissances dominantes, ce qui a créé un espace d'opportunité pour les mouvements nationalistes dans les colonies.

    En 1945, les États-Unis et l'Union soviétique sont devenues les deux superpuissances mondiales, avec un impact considérable sur les relations internationales. En effet, les États-Unis ont joué un rôle clé dans la victoire des Alliés en fournissant des ressources et des soldats à l'effort de guerre, tandis que l'Union soviétique a également contribué de manière significative en combattant l'Allemagne nazie sur le front de l'Est.

    En revanche, en 1940, la France s'est effondrée militairement face à l'Allemagne nazie, tandis que l'Angleterre a résisté avec succès à la bataille d'Angleterre, mais n'a pas réussi à influencer le cours de la guerre de manière significative jusqu'à l'entrée en guerre des États-Unis en 1941. Cette situation a conduit à un affaiblissement des puissances coloniales européennes, qui ont perdu leur position de leader sur la scène internationale et ont été contraintes de faire face à une période de déclin et de redéfinition de leur rôle dans le monde.

    En effet, la participation des colonies à l'effort de guerre a également contribué à renforcer la conscience nationale et la revendication de l'indépendance. Les troupes coloniales ont été impliquées dans les combats et ont souvent fait preuve de courage et de détermination, malgré les discriminations et les injustices dont elles étaient victimes. Cette contribution a été largement reconnue par les mouvements nationalistes et a renforcé leur revendication de l'indépendance.

    Enfin, la perte de prestige des puissances coloniales européennes a également créé un espace pour la contestation au niveau international. Les États-Unis et l'URSS ont critiqué le système colonial et ont soutenu les mouvements de libération nationale, ce qui a contribué à renforcer leur position et leur légitimité. La création de l'Organisation des Nations Unies en 1945 a également marqué un tournant dans l'histoire de la décolonisation, car elle a permis aux mouvements nationalistes de faire entendre leur voix sur la scène internationale.

    En somme, le choc des deux guerres mondiales a été déterminant dans l'histoire de la décolonisation, car il a créé un espace d'opportunité pour les mouvements nationalistes, a renforcé la conscience nationale et la revendication de l'indépendance, et a affaibli la position des puissances coloniales européennes.

    Les guerres de décolonisation

    Il est difficile de parler de décolonisation "réussie" en général, car chaque situation est unique et comporte des défis et des réussites différents. La décolonisation a souvent été un processus complexe et difficile, avec des conséquences à long terme pour les anciennes colonies et les puissances coloniales. Certains pays ont réussi à obtenir leur indépendance pacifiquement et à établir des régimes démocratiques stables, comme l'Inde ou le Ghana. D'autres pays ont été confrontés à des conflits armés prolongés et à une instabilité politique à long terme, comme l'Algérie ou l'Angola. Dans certains cas, la décolonisation a également entraîné des tensions ethniques et des conflits internes, comme au Rwanda ou en Indonésie. De plus, la décolonisation a souvent laissé des héritages complexes, tels que les frontières artificielles créées par les puissances coloniales, les inégalités économiques persistantes, la domination politique et culturelle continue des anciennes puissances coloniales, ou encore la marginalisation des populations autochtones. Il est donc important de prendre en compte les contextes et les réalités locales lors de l'évaluation de la décolonisation, plutôt que de la considérer comme un processus universel avec une fin claire et nette.

    Grande-Bretagne (1947 – 1960)

    La Grande-Bretagne a connu une période de décolonisation importante dans les années qui ont suivi la Seconde Guerre mondiale, en particulier en Asie et en Afrique.

    En 1947, l'Inde et le Pakistan ont obtenu leur indépendance de la Grande-Bretagne, mettant fin à plus de deux siècles de domination coloniale britannique dans la région. Cette décolonisation a été précédée par une série de mouvements nationalistes en Inde, qui ont été menés par des figures telles que Mahatma Gandhi et Jawaharlal Nehru. La partition de l'Inde en deux États distincts, l'Inde et le Pakistan, a cependant été marquée par une violence sectaire et des migrations massives de populations. La décolonisation de l'Inde en 1947 n'a pas été exempte de tensions et de violences entre les différentes communautés religieuses. Les rivalités religieuses ont été encouragées et utilisées par les Britanniques dans leur politique de "diviser pour mieux régner". Cela a entraîné des conflits sanglants, notamment lors de la partition de l'Inde en deux États distincts : l'Inde, majoritairement hindoue, et le Pakistan, majoritairement musulman. La partition a entraîné des déplacements massifs de populations et des violences intercommunautaires qui ont fait des centaines de milliers de morts. Par conséquent, bien que l'Inde soit devenue indépendante en 1947, on ne peut pas dire que la décolonisation ait été réussie sans tenir compte des nombreuses tensions et violences qui ont suivi. La Grande-Bretagne a également accéléré la décolonisation en Afrique au cours des années 1950 et 1960.

    En 1957, le Ghana est devenu le premier pays d'Afrique subsaharienne à obtenir son indépendance de la Grande-Bretagne, suivi par une série d'autres États africains au cours des années qui ont suivi. Le mouvement nationaliste dans les colonies britanniques en Afrique a été inspiré en partie par les mouvements de libération en Inde et en Asie, ainsi que par l'opposition au système d'apartheid en Afrique du Sud.

    Le Nigeria a accédé à l'indépendance le 1er octobre 1960, devenant ainsi le plus grand État africain à émerger de la colonisation européenne. Le Nigeria a connu des troubles importants après son indépendance en 1960, qui ont culminé avec la sécession de la région du Biafra en 1967. Les tensions ethniques et religieuses ont été exacerbées par la colonisation britannique, qui avait instauré un système politique et administratif qui favorisait certaines communautés au détriment d'autres. Après l'indépendance, ces tensions ont continué à s'exprimer, avec notamment des affrontements violents entre les communautés musulmanes et chrétiennes dans le nord du pays. La sécession du Biafra a été déclenchée par les Igbo, une communauté majoritaire dans la région, qui se sentaient marginalisés politiquement et économiquement par le gouvernement fédéral. Le conflit qui en a résulté a été particulièrement meurtrier, faisant des centaines de milliers de morts, en grande majorité des civils. Finalement, en 1970, le Biafra a été réintégré dans le Nigeria, mais les tensions ethniques et religieuses ont continué à être une source de conflit dans le pays.

    La Rhodésie du Sud (actuel Zimbabwe) a été fondée par des colons britanniques d'origine européenne qui ont créé un régime ségrégationniste et discriminatoire à l'encontre de la majorité noire. En 1965, le Premier ministre blanc Ian Smith déclare unilatéralement l'indépendance de la Rhodésie du Sud, refusant de suivre les directives britanniques visant à instaurer un gouvernement représentatif incluant la population noire. Cette décision a été largement condamnée par la communauté internationale, qui a imposé des sanctions économiques à la Rhodésie du Sud. Les mouvements nationalistes noirs, en particulier la ZANU et la ZAPU, ont mené une guérilla contre le régime de Ian Smith jusqu'en 1980, date à laquelle la Rhodésie du Sud est devenue le Zimbabwe indépendant.

    La décolonisation en Afrique n'a pas été sans violence et conflit, en particulier dans des régions telles que le Kenya, l'Algérie et la Rhodésie du Sud (aujourd'hui le Zimbabwe). Les mouvements nationalistes ont souvent été confrontés à une forte répression de la part des puissances coloniales, tandis que les groupes de guérilla ont également mené des attaques violentes contre les forces coloniales.

    La décolonisation de la Malaisie a été marquée par des tensions et des affrontements, en particulier avec le Parti communiste malais, qui avait lancé une insurrection armée pour s'opposer à la colonisation britannique. La situation s'est aggravée après la Seconde Guerre mondiale, lorsque les communistes malais ont intensifié leur lutte contre les autorités coloniales, qui ont réagi avec une répression sévère. En 1957, la Malaisie a finalement obtenu son indépendance, mais les tensions ont continué à se manifester, en particulier avec la minorité chinoise de Malaisie, qui a été victime de discriminations et de violences.

    Entre 1947 et le début des années 1960, l'Angleterre a décolonisé une grande partie de son Empire, notamment l'Inde (1947), le Pakistan (1947), la Birmanie (1948), la Jordanie (1946), l'Égypte (1952), le Soudan (1956), le Ghana (1957), le Kenya (1963), la Tanzanie (1961), l'Ouganda (1962), la Zambie (1964), la Malaisie (1957), Singapour (1963) et la Rhodésie du Nord (1964). Cependant, certaines colonies britanniques ont obtenu leur indépendance plus tard, comme le Botswana (1966), l'île Maurice (1968) et les Seychelles (1976).

    France

    La France a commencé son processus de décolonisation après la Seconde Guerre mondiale, avec la reconnaissance de l'égalité des droits entre les citoyens français et les populations colonisées. Cependant, contrairement à l'Angleterre, la France a rencontré de nombreuses difficultés dans son processus de décolonisation.

    Les conflits les plus notables ont eu lieu en Algérie, où la France a mené une guerre de décolonisation sanglante de 1954 à 1962, qui a coûté la vie à des centaines de milliers de personnes. La France a commencé à coloniser l'Algérie en 1830, et a rencontré une forte résistance de la part de la population algérienne, qui a mené une longue lutte pour son indépendance. Le Front de Libération Nationale (FLN) a été créé en 1954 pour lutter contre la domination française en Algérie. Cette lutte s'est intensifiée au fil des années, avec des actes de violence des deux côtés, avant de se terminer par les accords d'Evian en 1962, qui ont conduit à l'indépendance de l'Algérie. Ce conflit a eu des conséquences importantes pour la France et pour l'Algérie, tant sur le plan politique que social et économique. La Tunisie et le Maroc ont également obtenu leur indépendance en 1956, mais la France a continué à maintenir une présence militaire importante dans la région pendant de nombreuses années. La Tunisie et le Maroc ont accédé à l'indépendance en 1956. En Tunisie, l'indépendance a été obtenue par des négociations avec la France, tandis que le Maroc a connu des tensions plus violentes, notamment avec l'insurrection armée menée par le mouvement nationaliste marocain Istiqlal. La France a finalement accepté l'indépendance du Maroc après la signature des accords d'Evian en 1962, qui ont mis fin à la guerre d'Algérie et ont également reconnu l'indépendance de l'Algérie.

    En Afrique subsaharienne, la France a accordé l'indépendance à la plupart de ses colonies entre 1958 et 1960, mais elle a également rencontré des conflits et des rébellions violentes, notamment en Algérie française, au Cameroun et en Côte d'Ivoire. La Côte d'Ivoire a accédé à l'indépendance en 1960, après plus de 60 ans de colonisation française. Le processus d'indépendance s'est déroulé de manière relativement pacifique, avec des négociations entre la France et les leaders ivoiriens, notamment Félix Houphouët-Boigny, qui est devenu le premier président de la Côte d'Ivoire indépendante. Cependant, malgré une indépendance formelle, la France a conservé une forte influence sur la Côte d'Ivoire, notamment économique et politique, avec des accords de coopération et des interventions militaires régulières dans le pays. Le Sénégal a accédé à l'indépendance en 1960, après plus de 300 ans de domination coloniale française. Les mouvements nationalistes ont commencé à prendre de l'ampleur dans les années 1930, mais l'indépendance effective n'a été obtenue qu'après une longue lutte politique et diplomatique, menée par des personnalités comme Léopold Sédar Senghor et Mamadou Dia. Le Sénégal a ensuite opté pour un modèle de développement socialiste, avec une forte intervention de l'État dans l'économie et une priorité accordée à l'éducation et à la santé. Le pays a connu des périodes de troubles politiques et économiques, mais il est aujourd'hui considéré comme l'un des pays les plus stables et les plus démocratiques d'Afrique de l'Ouest. Le Mali a obtenu son indépendance de la France le 22 septembre 1960. Modibo Keïta est devenu le premier président du pays. Le Mali faisait partie de la Fédération du Mali, qui comprenait également le Sénégal, mais la fédération s'est effondrée en 1960 en raison de divergences politiques entre les deux pays.

    En Asie, la France a perdu son influence en Indochine après la guerre d'Indochine de 1946 à 1954, qui s'est soldée par la division du Vietnam en deux pays. la France a subi une défaite militaire en Indochine, qui a marqué la fin de son influence dans la région. La guerre d'Indochine, qui a duré de 1946 à 1954, a opposé l'armée française aux forces communistes vietnamiennes, soutenues par la Chine et l'Union soviétique. Après la défaite de la France à la bataille de Dien Bien Phu en 1954, un accord de paix a été signé à Genève, qui a divisé le Vietnam en deux pays : le Nord, dirigé par les communistes, et le Sud, soutenu par les États-Unis et la France. La France a ensuite progressivement cédé le contrôle de ses colonies en Inde, au Laos et au Cambodge. La France a dû céder le contrôle de ses colonies en Asie. En Inde, la France avait des colonies à Pondichéry, Karikal, Yanam, Mahé et Chandernagor, qui ont été cédées à l'Inde en 1954. Au Laos et au Cambodge, la France a accordé l'indépendance en 1953, à la suite d'une longue période de conflits.

    Hollande

    Les Néerlandais ont perdu leur position en Asie du Sud-Est pendant la Seconde Guerre mondiale lorsque les Japonais ont pris le contrôle de la région en 1942. Après la guerre, les Néerlandais ont cherché à rétablir leur influence dans la région, mais les États-Unis ont exercé une forte pression pour les en chasser. Les États-Unis craignaient que les Néerlandais ne soient pas capables de gérer efficacement la décolonisation dans la région, ce qui pourrait causer des troubles et des tensions qui pourraient nuire à leurs intérêts dans la région.

    En effet, il existait des mouvements indépendantistes forts dans les anciennes colonies néerlandaises, notamment en Indonésie, où le mouvement nationaliste mené par Sukarno avait gagné en popularité. Les Néerlandais ont finalement accordé l'indépendance à l'Indonésie en 1949, après une longue guerre d'indépendance et des négociations difficiles avec les nationalistes indonésiens.

    Italie

    La Libye a obtenu son indépendance en 1951, après avoir été une colonie italienne pendant plusieurs décennies. En 1947, les Nations unies ont créé le Territoire de la Tripolitaine et de la Cyrénaïque, qui a été administré par la Grande-Bretagne et la France jusqu'à l'indépendance de la Libye en 1951. Cette indépendance a été obtenue par le roi Idris Ier, qui a proclamé la naissance du Royaume de Libye.

    Cependant, malgré l'indépendance de la Libye, la situation politique et sociale du pays a été instable pendant de nombreuses années. En 1969, le colonel Muammar Kadhafi a pris le pouvoir lors d'un coup d'État militaire et a instauré un régime autoritaire qui a duré près de 42 ans. Sous le régime de Kadhafi, la Libye a été impliquée dans plusieurs conflits internationaux et a connu une instabilité politique continue.

    En 2011, une rébellion populaire a éclaté en Libye, entraînant la chute du régime de Kadhafi. Cependant, la situation en Libye est restée instable depuis lors, avec des conflits entre factions rivales et une présence de groupes terroristes. La situation en Libye est toujours en évolution, et il est difficile de prédire ce que l'avenir réserve pour le pays.

    Belgique

    Le Congo a été une propriété personnelle du roi des Belges, Léopold II, de 1885 à 1908. Sous sa règle, le pays a été exploité économiquement de manière brutale, avec des pratiques comme le travail forcé et la mutilation des travailleurs.

    En 1908, le Congo est devenu une colonie belge, mais les pratiques d'exploitation économique et de discrimination envers la population congolaise ont persisté. Au moment de l'indépendance du Congo en 1960, la situation était explosive, avec de nombreuses tensions entre les Congolais et les Belges, ainsi qu'entre les différentes communautés congolaises.

    En effet, la région du Katanga était particulièrement riche en cuivre et en autres minéraux, et certains éléments de cette région ont proclamé leur indépendance en 1960, ce qui a provoqué une crise politique et militaire majeure. Des forces belges et onusiennes ont été envoyées pour tenter de rétablir l'ordre, mais la situation est restée tendue pendant plusieurs années.

    Finalement, en 1965, le leader congolais Mobutu Sese Seko a pris le pouvoir dans un coup d'État et a établi un régime autoritaire qui a duré près de 32 ans. Sous son régime, le Congo a été rebaptisé Zaïre et a été impliqué dans plusieurs conflits régionaux. La situation politique et économique du pays est restée instable depuis lors, avec des conflits entre factions rivales et une pauvreté généralisée.

    Portugal

    La Guinée-Bissau, l'Angola et le Mozambique ont connu des conflits armés prolongés après leur indépendance.

    En Guinée-Bissau, la guerre d'indépendance contre le Portugal a duré de 1963 à 1974 et a été suivie d'une guerre civile qui a éclaté en 1998 et qui a duré jusqu'en 1999. Depuis lors, le pays a connu une certaine stabilité, mais reste confronté à des défis tels que la pauvreté, la corruption et le trafic de drogue.

    En Angola, la guerre d'indépendance contre le Portugal a duré de 1961 à 1974, suivie d'une guerre civile qui a éclaté en 1975 et qui a duré jusqu'en 2002. La guerre civile a été marquée par des affrontements entre le gouvernement soutenu par l'Union soviétique et les mouvements rebelles soutenus par les États-Unis et l'Afrique du Sud. Depuis la fin de la guerre civile, le pays a connu une croissance économique rapide, mais est confronté à des défis tels que la pauvreté, la corruption et les inégalités sociales.

    Au Mozambique, la guerre d'indépendance contre le Portugal a duré de 1964 à 1975, suivie d'une guerre civile qui a éclaté en 1977 et qui a duré jusqu'en 1992. La guerre civile a été marquée par des affrontements entre le gouvernement soutenu par l'Union soviétique et les mouvements rebelles soutenus par l'Afrique du Sud. Depuis la fin de la guerre civile, le pays a connu une certaine stabilité, mais est confronté à des défis tels que la pauvreté, la corruption et les inégalités sociales.

    Il convient de noter que les conflits dans ces pays ont été alimentés par des facteurs complexes, notamment la rivalité politique, les tensions ethniques, les ressources naturelles et l'influence étrangère, et que les conséquences de ces conflits se font encore sentir aujourd'hui. Cependant, il y a aussi eu des efforts importants pour reconstruire les pays et résoudre les conflits, notamment par le biais de négociations de paix et de programmes de développement économique.

    La décolonisation est un processus souvent tumultueux et conflictuel, marqué par des tensions, des violences et des luttes de pouvoir. Les anciennes métropoles ont souvent cherché à maintenir leur domination sur leurs colonies, tandis que les mouvements nationalistes et les populations colonisées ont lutté pour leur indépendance et leur liberté. Les processus de décolonisation ont donc souvent été marqués par des confrontations violentes, des répressions, des guerres d'indépendance et des violences intercommunautaires. Toutefois, il existe également des exemples de décolonisation plus pacifiques et négociées, comme dans le cas de l'Inde ou de la Tunisie, où les mouvements nationalistes ont su mobiliser l'opinion publique et obtenir des concessions politiques importantes de la part des puissances coloniales.

    L’émergence politique du Tiers Monde

    Situation de l’alignement des pays du Monde sur les deux blocs en 1980; les guérillas liées à la guerre froide sont mentionnées.

    L'émergence politique des pays du Tiers Monde est liée à la logique de la guerre froide, qui était caractérisée par la rivalité entre les États-Unis et l'Union soviétique pour étendre leur influence dans le monde entier. Cette rivalité s'est manifestée dans de nombreux conflits armés dans le Tiers Monde, en particulier en Asie et au Moyen-Orient. Cependant, le terrain d'affrontement principal entre les États-Unis et l'Union soviétique pendant la guerre froide était en Europe, et en particulier en Allemagne. Après la Seconde Guerre mondiale, l'Allemagne a été divisée en deux parties : la République fédérale d'Allemagne (RFA) à l'ouest, soutenue par les États-Unis, et la République démocratique allemande (RDA) à l'est, soutenue par l'Union soviétique. La guerre froide a débuté en Europe après la fin de la Seconde Guerre mondiale, lorsque les États-Unis et l'Union soviétique se sont engagés dans une course aux armements et ont commencé à se disputer la domination de l'Europe. L'un des événements les plus importants de cette période a été le blocus de Berlin en 1948-1949, au cours duquel l'Union soviétique a tenté d'isoler la partie occidentale de Berlin en fermant les routes et les voies ferrées qui y menaient.

    À partir du début des années 1950, il y a eu une logique d'exportation de la guerre froide en dehors de l'Europe, avec la mondialisation de l'endiguement. George Kennan, un diplomate américain, a théorisé le concept de "containment" ou endiguement en 1947, qui visait à contenir l'expansion du communisme en Europe et partout ailleurs.[6] Les États-Unis ont mis en œuvre cette politique en soutenant des régimes anti-communistes dans de nombreux pays, en intervenant dans des conflits armés pour prévenir l'arrivée de régimes communistes au pouvoir et en aidant des mouvements de guérilla anti-communistes. Cela s'est manifesté par exemple par l'intervention des États-Unis dans la guerre de Corée (1950-1953) et la guerre du Vietnam (1955-1975), ainsi que par leur soutien à des régimes autoritaires et anti-communistes dans des pays tels que l'Indonésie, l'Iran, le Chili ou encore l'Afghanistan. En effet, partout où les États-Unis voyaient des régimes communistes ou supposés tels s'installer ou en voie de s'installer, ils allumaient des contre-feux en soutenant des mouvements anti-communistes ou en intervenant directement. Cette politique a contribué à la bipolarisation du monde en deux blocs, avec d'un côté les pays alliés des États-Unis, et de l'autre les pays alliés de l'Union soviétique.

    Dans l'optique de contenir l'expansion du communisme, les États-Unis ont cherché à créer des alliances militaires avec des pays du Moyen-Orient et de l'Asie. En 1955, ils ont signé le Pacte de Bagdad avec l'Irak, la Turquie, le Pakistan, l'Iran et le Royaume-Uni, qui avait pour but de renforcer la coopération militaire et de sécurité entre ces pays. Cette initiative visait notamment à contrer l'influence soviétique dans la région. Les États-Unis ont également créé l'Organisation du Traité de l'Asie du Sud-Est (OTASE) en 1954, qui regroupait la Thaïlande, les Philippines, le Pakistan, l'Inde et les États-Unis eux-mêmes. Cette organisation avait pour but de contrer l'expansion communiste dans la région et de protéger les intérêts américains en Asie du Sud-Est. Ces alliances militaires étaient inspirées du modèle de l'OTAN (Organisation du Traité de l'Atlantique Nord), qui avait été créée en 1949 par les États-Unis et leurs alliés européens pour contrer l'influence soviétique en Europe.

    L'exportation de la logique de guerre froide a joué un rôle majeur dans l'émergence du mouvement des pays non-alignés. Ces pays ont refusé de se rallier à l'un ou l'autre des deux blocs, considérant que l'alignement avec l'un ou l'autre des deux camps conduirait à une perte de leur souveraineté nationale. Les pays non-alignés se sont réunis pour la première fois en 1961 à Belgrade, en Yougoslavie, lors de la Conférence des pays non-alignés. Ils ont critiqué l'exportation de la logique de guerre froide dans leur région et ont plaidé pour un monde multipolaire, dans lequel les pays pourraient choisir librement leur propre chemin de développement sans subir les pressions des grandes puissances. Le mouvement des pays non-alignés est devenu une force politique et diplomatique importante dans les années 1960 et 1970, et a joué un rôle de premier plan dans la lutte pour la décolonisation, ainsi que dans la défense des intérêts des pays en développement dans les instances internationales. Le mouvement continue d'exister aujourd'hui, bien que ses membres aient évolué avec le temps et que son rôle ait quelque peu changé.

    Le mouvement des pays non-alignés peut être considéré comme une réponse à la mondialisation de la logique du containment par les États-Unis et l'expansion de la guerre froide en dehors de l'Europe dans les années 1950. Le non-alignement était une alternative pour les pays qui cherchaient à préserver leur indépendance et leur souveraineté face aux deux blocs de la guerre froide, tout en cherchant à promouvoir une coopération internationale pacifique et à préserver la stabilité et la sécurité mondiales. Le mouvement a connu un certain succès dans la mesure où de nombreux pays ont rejoint ses rangs, même si ses membres n'étaient pas tous d'accord sur tous les sujets. Le non-alignement a également joué un rôle important dans la promotion de la paix, de la sécurité et de la coopération internationales, et a contribué à façonner la politique mondiale dans les années qui ont suivi.

    L’échec du non-alignement

    Le mouvement de Bandung

    Le Mouvement de Bandung, qui a eu lieu en 1955 à Bandung, en Indonésie, a été un moment clé dans l'histoire du non-alignement. La conférence a réuni des représentants de 29 pays asiatiques et africains, qui ont exprimé leur solidarité envers les peuples colonisés et ont appelé à la promotion de la paix, de la coopération et du développement économique. Bien que le Mouvement de Bandung ait suscité de nombreux espoirs, il est vrai que le non-alignement n'a pas réussi à briser la logique bipolaire de la guerre froide. Les deux superpuissances ont continué à exercer une forte influence sur les affaires mondiales, et les pays non-alignés ont souvent été pris en étau entre les deux blocs. Malgré cela, le mouvement des pays non-alignés a continué à jouer un rôle important dans la diplomatie mondiale, et a contribué à façonner les relations internationales dans les décennies qui ont suivi. Bien que le non-alignement n'ait pas réussi à réaliser tous ses objectifs, il a néanmoins offert une alternative importante aux deux blocs de la guerre froide et a plaidé en faveur de la promotion de la paix, de la coopération et du développement dans le monde entier.

    Les pays non-alignés ont continué à se réunir régulièrement pour tenter de développer une « troisième voie » entre les deux blocs de la guerre froide. Ces sommets, connus sous le nom de Conférences des Non-Aligned Nations (Conférences des Nations non alignées), ont commencé en 1961 à Belgrade et se poursuivent aujourd'hui. Les pays non-alignés ont cherché à promouvoir une coopération économique et politique entre eux, et ont appelé à une réforme du système économique mondial afin de mieux répondre aux besoins des pays en développement. Ils ont également plaidé en faveur de la réduction des dépenses militaires et du désarmement nucléaire, tout en cherchant à éviter les conflits armés. Les sommets des pays non-alignés ont également offert une tribune importante pour les pays en développement pour exprimer leurs préoccupations et leurs revendications, et pour faire pression sur les pays développés pour qu'ils prennent en compte leurs besoins. Bien que les résultats de ces sommets aient été parfois limités, ils ont néanmoins contribué à renforcer la voix collective des pays en développement sur la scène internationale.

    Le sommet de Belgrade en 1961 a été un moment important pour le mouvement non-aligné, mais les espoirs soulevés ont été rapidement déçus. Les pays non-alignés ont été confrontés à des divisions internes, notamment en ce qui concerne la question de la coopération avec les deux blocs de la guerre froide. Le sommet du Caire en 1964 a révélé ces divisions, avec des dissensions sur la façon de gérer les relations avec les deux superpuissances et sur la manière d'aborder les conflits régionaux. Certains pays non-alignés ont plaidé pour une ligne plus dure contre les puissances occidentales, tandis que d'autres ont préféré une approche plus pragmatique. En outre, il y avait également des différences dans les priorités et les préoccupations des différents pays non-alignés. Certains pays étaient plus préoccupés par les questions de développement économique, tandis que d'autres étaient plus préoccupés par les questions de sécurité et de défense. Ces divergences ont rendu difficile une coopération plus étroite entre les pays non-alignés, malgré leur partage de certaines valeurs et de certaines revendications communes. Malgré ces défis, le mouvement non-aligné a continué à jouer un rôle important dans la politique mondiale, en mettant en avant les préoccupations des pays en développement et en cherchant à promouvoir la coopération et la solidarité entre eux.

    Les intérêts divergents entre les différents pays non-alignés ont contribué à affaiblir le mouvement. Par exemple, les relations entre l'Inde et la Chine se sont détériorées à la fin des années 1950, conduisant à un conflit frontalier en 1962. L'Inde a également été en désaccord avec certains pays arabes concernant la question palestinienne. De plus, certains pays non-alignés ont été accusés de favoriser l'un ou l'autre des deux blocs malgré leur engagement à rester neutres. Par conséquent, le mouvement des non-alignés a connu des difficultés pour agir de manière cohérente et pour peser sur la scène internationale.

    Le panarabisme et l'éloignement de la Chine ont contribué au délitement du mouvement des non-alignés. Le panarabisme, qui prônait l'unification des pays arabes, a suscité des tensions avec les pays non-arabes du mouvement des non-alignés, notamment l'Inde. Les tensions ont atteint leur apogée lors de la guerre des Six Jours en 1967, lorsque plusieurs pays arabes ont rompu leurs relations diplomatiques avec l'Inde pour son soutien à Israël. L'éloignement de la Chine, qui avait initialement soutenu le mouvement des non-alignés, a également contribué à son délitement. Après la mort de Mao Zedong en 1976, la Chine a commencé à se rapprocher des États-Unis et à adopter une politique étrangère plus pragmatique. Cela a conduit à une distance croissante entre la Chine et les autres pays non-alignés, qui ont continué à se méfier des États-Unis et de l'Occident. En outre, les changements dans le paysage politique mondial, notamment la fin de la guerre froide et la mondialisation, ont également contribué au déclin du mouvement des non-alignés. Malgré cela, les pays non-alignés continuent d'exister et de travailler ensemble sur des questions d'intérêt commun.

    Le panarabisme

    Nasser tente de moderniser l'Égypte en développant notamment l'industrie, l'agriculture et l'infrastructure du pays. Pour financer ces projets, il cherche des aides financières auprès de différents partenaires internationaux, y compris les États-Unis et l'Union soviétique. Cependant, il rencontre rapidement des difficultés avec les deux camps, qui veulent chacun exercer leur influence sur l'Égypte et sa politique. Nasser, déçu par l'attitude des États-Unis, qui ont refusé de financer la construction du barrage d'Assouan, se tourne davantage vers l'Union soviétique, qui lui fournit une assistance technique et financière importante pour la réalisation de projets économiques et industriels. Cette orientation pro-soviétique de l'Égypte est mal vue par les États-Unis et ses alliés dans la région, qui craignent une extension de l'influence soviétique au Moyen-Orient. Parallèlement à ses efforts pour moderniser l'Égypte, Nasser se présente comme un leader du panarabisme, mouvement politique et idéologique qui prône l'unité des pays arabes et la défense de leurs intérêts face aux puissances étrangères. Cette ambition de Nasser de fédérer les pays arabes se concrétise notamment par la création de la République arabe unie (RAU) en 1958, qui regroupe l'Égypte et la Syrie.

    Cependant, cette union politique ne va pas durer longtemps. En 1961, la Syrie se retire de l'union et Nasser est confronté à une montée des tensions avec d'autres pays arabes, notamment l'Arabie Saoudite qui craint une expansion du panarabisme soutenu par l'Égypte. Les conflits frontaliers avec Israël contribuent également à une augmentation des tensions dans la région. En outre, l'alignement de Nasser avec l'Union soviétique provoque également des tensions avec les États-Unis qui soutiennent Israël dans le conflit israélo-arabe. La crise de Suez en 1956 est l'un des exemples les plus marquants de l'opposition des États-Unis et de leurs alliés à l'influence de Nasser dans la région.

    Le projet d'union panarabe de Nasser a rencontré de nombreux obstacles et a fini par se déliter dans les années 1960. L'opposition des États-Unis et les désaccords avec l'URSS ont compliqué les choses, mais il y avait également des désaccords entre les différents pays arabes eux-mêmes. La rivalité entre l'Égypte et l'Arabie Saoudite, par exemple, était un obstacle important. De plus, les nationalismes arabes ont rapidement compris que le projet panarabe risquait de se transformer en une domination égyptienne sur le monde arabe. Enfin, la défaite militaire de l'Égypte face à Israël en 1967 a marqué un tournant dans l'histoire de la région. La guerre des Six Jours a profondément affaibli Nasser et son projet panarabe, et a renforcé l'influence des pays pétroliers du Golfe, notamment l'Arabie Saoudite. À partir de ce moment-là, la région est devenue le théâtre de conflits entre les différentes puissances régionales, qui ont fini par prendre le pas sur le projet d'union panarabe.

    L'échec de l'union panarabe et le délitement de l'Union arabe ont affaibli la position du mouvement des non-alignés, qui cherchait à s'unir pour contester le pouvoir des deux blocs de la guerre froide. De plus, la défaite militaire arabe face à Israël lors de la guerre des Six Jours en 1967 a renforcé l'idée que les pays non-alignés étaient incapables de se défendre seuls et a renforcé la position des grandes puissances mondiales. Cela a conduit à une perte de confiance dans le mouvement des non-alignés, qui a peu à peu perdu de son influence politique.

    La Chine

    La prise de pouvoir de Mao Zedong en 1949 a marqué un tournant décisif dans l'histoire de la Chine. Le nouveau régime communiste a mis en place une politique de développement économique et social qui a permis à la Chine de s'autonomiser et de se hisser au rang de grande puissance mondiale. Cependant, la Chine a rapidement pris ses distances avec l'Union soviétique et le camp socialiste en raison de divergences idéologiques et stratégiques. La Chine a ainsi adopté une politique de non-alignement et a rejoint le mouvement des pays non-alignés lors de la conférence de Bandung en 1955. La Chine a joué un rôle important au sein du mouvement des non-alignés en raison de sa position de puissance émergente et de sa capacité à influencer les relations internationales. Cependant, les tensions entre la Chine et l'Union soviétique ont fini par diviser le mouvement des non-alignés, conduisant à son déclin politique dans les années 1970 et 1980.

    La Chine a commencé à se distancer du mouvement des non-alignés à partir des années 1960. En effet, Mao Zedong a rompu avec l'Union soviétique et a commencé à promouvoir une vision de la révolution qui était différente de celle des Soviétiques. La Chine a commencé à affirmer sa propre voie révolutionnaire et à promouvoir une idéologie propre qui a rapidement divergé de celle des Soviétiques et des autres pays communistes. De plus, la Chine a commencé à affirmer sa puissance économique et militaire, ce qui lui a permis de devenir progressivement une grande puissance mondiale. Par conséquent, la Chine n'a plus cherché à se placer en tant que membre du mouvement des non-alignés, mais plutôt à affirmer son propre leadership régional et mondial.

    Bilan du non-alignement

    Le non-alignement a connu des difficultés à partir des années 1960, notamment en raison de l'apparition de divergences entre les membres du mouvement, qui ont rendu difficile la prise de décisions communes. Les pays non-alignés ont également dû faire face à la montée en puissance de nouveaux acteurs internationaux, tels que la Chine, qui ont remis en question l'équilibre géopolitique mondial. De plus, la fin de la guerre froide a modifié le contexte international, en faisant apparaître de nouvelles formes de coopération et d'alliances, ce qui a réduit l'importance de la logique non-alignée. Toutefois, le mouvement des non-alignés continue d'exister aujourd'hui, même s'il ne joue plus le même rôle qu'auparavant.

    bien que le mouvement des non-alignés n’ait pas réussi à devenir une force majeure dans les relations internationales, il a tout de même été capable de concurrencer la logique bipolaire à certains moments. Par exemple, lors de la crise des missiles de Cuba en 1962, les non-alignés ont joué un rôle important dans la résolution pacifique de la crise en proposant une solution de compromis. De plus, le mouvement a permis de mettre en avant les revendications des pays du Sud sur les questions de développement, de désarmement et de justice économique. Il a également été un acteur important dans la lutte contre le colonialisme et l’impérialisme, notamment en Afrique. Ainsi, bien que le non-alignement n’ait pas réussi à atteindre ses objectifs initiaux, il a tout de même eu un impact significatif sur la scène internationale.

    Le mouvement des non-alignés existe toujours aujourd'hui, bien qu'il ne soit plus aussi influent qu'il l'était dans les années 1950 et 1960. Il compte actuellement 120 pays membres, ce qui en fait l'un des plus grands groupes de pays au monde. Les membres se réunissent régulièrement lors de sommets pour discuter de questions importantes telles que le développement économique, la paix et la sécurité internationales, les droits de l'homme, la coopération internationale et d'autres sujets d'intérêt commun. Cependant, le mouvement est souvent critiqué pour son manque de cohésion et de leadership, ce qui limite son influence sur la scène internationale.

    Annexes

    Traité

    Autres

    articles/ouvrages

    Références

    1. Page personnelle de Ludovic Tournès sur le site de l'Université de Genève
    2. Publications de Ludovic Tournès | Cairn.info
    3. CV de Ludovic Tournès sur le site de l'Université de la Sorbonne
    4. THRONTVEIT, T. (2011). La favola dei quattordici punti: Woodrow Wilson e l'autodeterminazione nazionale. Diplomatic History, 35(3), 445-481. https://doi.org/10.1111/j.1467-7709.2011.00959.x
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    6. Casey, Steven (2005) Selling NSC-68 : the Truman administration, public opinion, and the politics of mobilization, 1950–51. Diplomatic History, 29 (4). pp. 655-690. ISSN 1467-7709